Università

Cercasi studenti con qualcosa da dire

Gli studenti fondatori di Bovisiani sono vicini alla laurea, ci sono ancora molte cose da dire sull’identità dei Bovisiani, soprattutto perchè la nostra è una facoltà giovane.

Come in tutte le realtà che funzionano è necessario un ricambio generazionale se si vuole continuare quello che è stato iniziato, perciò invitiamo tutti gli studenti della Facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano a proporsi per dire la propria sull’architettura in questo modesto spazio libero.

Fatevi coraggio e scrivete a: bovisiani[at]studentipolitecnico.it
Grazie.

Architettura, Bovisa

Il principe è nudo. Rem Koolhaas a Bovisa

Il masterplan di Koolhaas a Bovisa

di Giancarlo Consonni

Ormai su periodici, magazine e quotidiani l’architettura si affianca sempre più alla moda, al glamour, al gossip. È quella la vetrina dove i cittadini possono venire a sapere di importanti trasformazioni del contesto in cui vivono. Non perché interessi il loro parere. I media li relegano al ruolo di spettatori impotenti (semmai immaginati nell’atto di emettere esclamazioni di meraviglia).

I politici? Da quelli dell’opposizione (di qualunque colore): silenzio. Non è materia che li riguardi, che abbia attinenza con la politica. Per quelli che hanno le redini del potere, le fantasmagoriche restituzioni virtuali sono l’incenso con cui si avvolgono: il sostituto di ogni discorso, di ogni giustificazione. Non solo la comunicazione, ma il mezzo a cui essa si affida è tutto (di nuovo McLuhan): dietro non c’è niente. Non un pensiero, un’argomentazione. Non un logos che possa essere oggetto di discussione nella polis. Così l’attacco si svolge su due piani: la città reale e la città ideale (nel senso non dell’utopia ma della civitas definita dalla convivenza civile e dalla condivisione delle ragioni su cui si fonda). Un punto su cui le restituzioni virtuali lavorano è l’immaginario. Che viene destrutturato e sganciato dalle ragioni civili. È anche così che si distrugge la città.
Esemplare è il lavoro svolto da una pubblicistica storicamente e formalmente attribuita a un’area di centro-sinistra e che in passato ha svolto un ruolo importante sul piano della difesa/costruzione di un cultura civile. Si pensi al lavoro di Antonio Cederna. Sì: sto parlando dell’«Espresso» e anche di «Repubblica», dove accanto all’ottimo lavoro svolto da un Francesco Erbani, troviamo il dilagare di maître à penser che hanno dirette responsabilità nella distruzione della città. O dove alcune star internazionali dell’architettura hanno un lasciapassare assicurato, avvalorato da giornalisti che si sono eletti a loro alfieri/maggiordomi. Per non dire delle pagine locali di «Repubblica», dove, come anche sul «Corriere della Sera», alcuni servizi su complessi edilizi in programma si presentano in tutto e per tutto come pagine pubblicitarie a pagamento: una prosecuzione della pubblicità immobiliare.

Tra gli effetti di trascinamento di questo caravanserraglio è l’automatica promozione di alcuni architetti di grido al ruolo di esperti in pianificazione urbanistica e disegno urbano. Ambiti su cui tali architetti non hanno alcuna preparazione, né alcuna esperienza che giustifichi l’affidamento di compiti di tale importanza. Chi glieli affida? Hanno incominciato gli immobiliaristi con il pieno avvallo degli amministratori pubblici, e ora li seguono su questa strada gli stessi amministratori in prima persona. La cosa è stranota: l’archistar è il grimaldello per ottenere l’innalzamento degli indici di edificabilità. L’amministratore pubblico li concede in cambio del fatto che acquisisce, o pensa di acquisire, uno scudo che lo mette al riparo da ogni genere di critica. Ogni discussione viene così tranciata di netto: chi osa muovere obiezioni si trova davanti un fuoco di sbarramento: «Chi è questo Carneade che osa schierarsi contro progetti che portano firme tanto prestigiose?». E via di questo passo. L’impreparazione degli amministratori e dei tecnici comunali fa il resto, finendo per trascinare nel vortice ammirazione/ignoranza larghe componenti dell’opinione pubblica: settori della società che via via si convincono che sulle trasformazioni territoriali e urbane non hanno voce in capitolo, perché non avrebbero la competenza. Mentre il problema primo di un amministratore pubblico sarebbe l’opposto: porsi come tramite fra competenze tecniche e competenze civili. Il vortice si trasforma così in tritacarne: le cosiddette competenze tecniche fanno a pezzi le competenze civili, ovvero quella materia - ciò che fa città - in cui tutti siamo esperti in quanto cittadini.

Queste le considerazioni suggerite da uno degli ultimi botti del fitto bombardamento mediatico: l’articolo Cantiere aperto Milano apparso su «L’espresso» del 23 ottobre 2008 a firma di Enrico Arosio.
Al centro dell’articolo è il progetto di Rem Koolhaas per l’area dei gasometri nel quartiere milanese della Bovisa. Il termine progetto è in questo caso un eufemismo. Si tratta più propriamente del divertissement di un individuo che evidentemente non ha giocato abbastanza da piccolo. Butta sull’area, a manciate, dei pezzi presi da una scatola di giochi d’infanzia e dopo averne cavato un assemblaggio che gli pare abbastanza stravagante da sorprendere gli allocchi, mette la sua firma sotto questo affastellamento, lo chiama masterplan e lo manda, con relativa parcella, al committente diretto. Ovvero a EuroMilano. Che qui, in termini di potere, avrebbe tutte le prerogative del principe. Come le avrebbero i suoi interlocutori primi: il Sindaco di Milano e il Rettore del Politecnico, il quale rappresenta un ente che in questo caso è il maggiore destinatario dell’intervento di recupero.

Principi? Sì: principi. Solo che nel quattro-cinquecento i principi avevano in generale buon gusto e ci tenevano a rispecchiarsi nelle opere. Ma si dirà: «Anche il “masterplan” di Koolhaas riflette qualcosa». Vero. È uno specchio che la dice lunga sulla impreparazione e il cattivo gusto dei moderni principi. I quali tra i gasometri della Bovisa, a dispetto dell’archistar usata come foglia di fico, appaiono in tutta la loro non entusiasmante nudità.

Università

Il nostro saluto al prof. Rebuscini

E’ mancato improvvisamente il prof. Felice Rebuscini, io sapevo della malattia ma non credevo fosse così grave. Me lo ricorderò sempre intransigente a revisione, nei corridoi della facoltà a discutere con Introini e Perrotta, col Clenio a parlare di Milan e Brasile…ci sarebbe molto altro da dire…invito i suoi ex-studenti a salutarlo con un commento.
Un saluto sincero al prof. Rebuscini.

Università, Architettura, Mondo

Il nuovo stile internazionale

Collage di edifici del regionalismo critico
Da Liebeskind a MVRDV, dai Future Systems a Herzog&DeMeuron. Il mondo è un cantiere unico. Il denaro a disposizione delle grandi star internazionali raggiunge cifre difficili da immaginare. Secondo una lettura semplicistica si potrebbero trovare facili analogie tra il grattacielo come simbolo fallico di potenza e la volontà delle stesse compagnie di autopromuoversi attraverso dette architetture. In questo senso non conta più solo la tecnologia utilizzata e l’altezza raggiunta, bensì l’estetica del grattacielo come fatto unico e simbolico a livello mondiale, che assume la stessa funzione del logo così come descritta da Naomi Klein ormai diversi anni fa. Ma allora come si spiegano la biblioteca di Seattle di Koolhas o il ponte di Calatrava a Reggio Emilia? Si spiegano esattamente allo stesso modo. Il ruolo delle compagnie in questo caso è preso dalle pubbliche amministrazioni, che tornano così a esprimere il proprio potere sul territorio attraverso grandi opere di architettura, costose, vistose, che ignorano l’uomo e celebrano il potere. Economico o politico non ha importanza, tanto più che mai come oggi i due poteri si mischiano e si confondono.

“Cittadini come consumatori”, così titola tre dei suoi saggi l’architetto argentino Rafael Iglesia. Come il capitalismo moderno ha sostituito la triade prodotto->ricavo->maggior produzione con denaro->produzione->maggior denaro (molte delle compagnie di maggior successo non vendono più prodotti, vendono servizi di gestione del patrimonio), così la politica sta passando dal risolvere i problemi sociali per migliorare la vita del proprio paese al risolverli per guadagnare in consenso. Le città si trasformano in megalopoli, le strade e le piazze diventano sistemi di flussi in costante movimento, gli edifici nient’altro che rappresentazione di sè stessi. Si va perdendo, forse addirittura dimenticando, il senso di città come fatto culturale e sociale. Si corre a grandi passi verso una nuova desumanizzazione, dopo quella fallita del positivismo.

E allora che fare? Come difenderci da questo mondo ipocrita e corrotto che ormai ha invaso tutti i campi, architettura compresa? No, non cercate una risposta. Non c’è una risposta, perchè questa domanda non ha senso di esistere, si basa su falsi presupposti. Questo è il mondo che ci propongono a gran voce media e potenti, il mondo che ci descrivono quelli del “si stava meglio quando si stava peggio”. Ma basta girare un poco lo sguardo per accorgersi che, sotto sotto, restiamo umani, troppo umani.

E’ così che salta agli occhi un gruppo eterogeneo di architetti capace di distinguersi. Distinguersi non per la forma più bizzarra ideata, ma per una scelta di campo chiara e coerente con quello che ancora è l’essere umano. Un’architettura che sembra sopravvivere indenne al passare del tempo, e delle mode, e che affonda le sue radici nell’architettura vernacolare senza tempo, è quella che Kenneth Frampton individua come regionalismo critico, o tettonicismo. Nell’ultimo secolo è stato adottato, raggiungendo spesso livelli di alta poesia, da architetti come Gaudì, F. L. Wright, Alvar Aalto, Carlo Scarpa, Alvaro Siza, Tadao Ando ed Eladio Dieste. Un solo lato comune hanno queste architetture: l’essere generate da quella che mi azzardo a chiamare identità locale, che a sua volta è l’insieme della cultura, delle tradizioni (anche costruttive), degli uomini, del territorio. Dell’essere umani nel suo significato più profondo.
E allora non resta che un modo per concludere questo breve articolo. Una citazione, da un saggio dell’architetto bonaeriense Claudio Caveri, che chiude questo tema aprendone uno nuovo.

E… lì il miracolo… l’emozione

Collage di edifici post-moderni e decostruttivisti

Architettura, Mostre

A Torino è passato il Piano

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Passare un weekend a Torino aiuta a rendersi conto che esistono città molto più vivibili di Milano, ma voi direte: ci vuole poco. Sarebbe quindi interessante, in questo periodo di interventi di riqualificazione milanese, capire come venga affrontato un tema simile in una città del nord molto vicina.

Capita quindi a pennello la mostra a Palazzo Madama (www.palazzomadamatorino.it) sui progetti del concorso per la Spina 2, l’area liberata in centro dall’interramento della ferrovia.

Il concorso a Torino l’ha vinto Renzo Piano che ha battuto Libeskind, al contrario di quanto successo a Milano.
E a mio avviso anche in questo caso si vede quanto il progetto di Piano sia più attento dei formalismi di Libeskind e di altri colleghi, ma queste sono opinioni personali. Vi lascio quindi alle foto della mostra che a mio avviso parlano da sole.

Renzo Piano

Il plastico col progetto vincitore

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MVRDV

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Dominique Perrault

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Estudio Lamela

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Hiroshi Hara

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Daniel Libeskind

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Università

Anno Accademico 07/08

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Oggi inaugurazione dell’anno accademico: evento che gli studenti forse non amano troppo, forse perchè preferiscono stare a casa e dormire un po’ di più approfittando della sospensione delle lezioni.

Sta di fatto che è sempre un momento interessante, intanto perché è una delle poche volte in cui si sente parlare il preside su come va la scuola e come andrà (un modo semplice per evitare sorprese) e poi perché c’è la prolusione di un docente, che solitamente esce dai soliti canoni della lezione, per il tema, si intende. E poi quest’anno, novità, anche uno
studente ha fatto “lezione”. Una giornata diversa dal solito, una possibilità, come ne capitano poche in università.

Il preside ha spiegato cosa succederà con il passaggio alla legge 270 alla nostra facoltà: in sostanza per noi cambieranno più i principi ispiratori che il percorso scolastico, sarà un’università più per gli studenti, anche perché finalmente una riforma dà valore alla laurea triennale, cioè non la considera più “qualcosa in meno”, semmai considera la
specializzazione “qualcosa in più”.
E poi finalmente si metteranno in competizione le università, tramite un sistema di valutazione “inter pares”, in modo da cercare finalmente di capire chi lavora seriamente e chi no, quindi chi merita finanziamenti e chi no. Ed anche per poter avere percorsi culturali effettivamente diversi e non 25 facoltà-cloni.

Macchi Cassia ha fatto la prolusione, una lezione sul valore del vuoto negli spazi urbani. Un “materiale” urbanistico a tutti gli effetti, ma troppo spesso considerato spazio di risulta tra i “pieni”, e invece da rivalutare. Gli spazi aperti sono da sempre grande occasione per dimostrare il livello culturale di una società, per contribuire alla costruzione di uno stato
sociale, per valorizzare i pieni.
Ma ha anche evidenziato la necessità di ricominciare a pensare le città in modo unitario, complessivo, anche se da un punto di vista diverso, perché sarebbe assurdo credere di poter avere ancora un polo centrale, com’era Milano, e dei satelliti intorno; molto più efficace sarebbe pensare ad una rete, un sistema di nodi con pari importanza tutti
interconnessi tra loro.

E infine c’è stato il discorso dello studente, titolo: “Il percorso di formazione dell’architetto”. Forse un po’ duro da afferrare al primo ascolto, un po’ poco discorso e un po’ più saggio di quelli da pensarci su bene. Ma se l’è cavata egregiamente. Unico appunto una nota anti-relativistica che non ha raccolto apprezzamenti né dal pubblico, né dai professori (né da me). Ma faccio presente che c’è stato un concorso con selezione, nessuna nomina dall’alto.

Ho captato una conversazione di due ragazzi che non sapevano nemmeno che cosa succedesse oggi e, una volta scoperto hanno deciso di tornarsene a casa, neanche lo sforzo del viaggio appena fatto li ha trattenuti…

Architettura, Opinioni personali, Politica, Milano

Un Piano per Milano

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Finalmente cresce l’attenzione sulle riqualificazioni urbane milanesi.

Il programma Report (Rai 3) ha realizzato un’inchiesta, andata in onda Domenica scorsa (link alla puntata), sui progetti che sono stati approvati per le aree Garibaldi e Fiera.

Il quadro è abbastanza desolante, ci si presenta una città totalmente in preda alla speculazione privata e assolutamente incapace di pianificare il proprio sviluppo e di risolvere il problema maggiore, quello del traffico, che invece viene peggiorato.

Un piano per una città metropolitana, come è di fatto Milano, dovrebbe prevedere la creazione di insediamenti terziari all’esterno della città anzichè all’interno. Le aree libere interne alla città dovrebbero essere destinate al pubblico non ai privati. Non è stato ancora fatto un piano serio di sviluppo per il trasporto pubblico, anzi si pensa ancora a realizzare parcheggi, deturpando il verde, invece di eliminarli.

L’esempio che ci sembra più chiaro per evidenziare questa situazione è quello che ha visto vincere il progetto CityLife nell’area ex-fiera sulla base di un criterio puramente economico senza valutare ricadute negative sul contesto e sulla cittadinanza. Secondo il giornalista, e anche secondo noi, il progetto che meglio avrebbe risolto l’area è quello di Renzo Piano, che prevedeva meno cubatura e restituiva ai milanesi la zona della fiera.

Milano avrebbe bisogno di un progetto unitario di costruzione che certamente i singoli interventi dei privati non potranno mai ottenere, ma probabilmente il primo passo da affrontare è quello di riconoscere Milano come città metropolitana che si estende da Varese a Bergamo e non dalla Bovisa a Lambrate.

Università, Conferenze

Lezioni americane

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Martedì c’è stata una conferenza-lezione introdotta dal prof. Patetta di James Ackerman storico dell’architettura americano.

Ackerman non lo conoscevo, non ci è stato granchè pubblicizzato ma è stato interessante sentire, noi italiani, la storia dalla bocca di un americano, che tra l’altro parla discretamente la nostra lingua.

Brevemente: Ackerman ha tenuto una lezione in parte autobiografica, ha parlato del Cortile del Belvedere sul quale ha fatto diversi studi, non tanto sul risultato finale, ma sui progetti di studio. Ha sottolineato l’importanza dell’osservazione delle opere per farne una critica personale e non basarsi unicamente su quello che si legge/ci viene insegnato.
Ha sottolineato, come spesso fanno alcuni nostri prof, la perdita progressiva da parte degli studenti dell’esperienza tattile che si compie col disegno a mano ormai soppiantato dal CAD.
Ci ha mostrato alcune sue considerazioni sul rapporto tra l’architettura orientale e quella occidentale, confronto che noi non facciamo mai e che meriterebbe di essere approfondito.

In conclusione vorrei evidenziare ciò che ha fatto notare Patetta, ovvero la differenza fra una lezione di storia tenuta da un prof americano e quelle più accademiche dei prof italiani, le prime sicuramente più ricche di critica e discussione, le seconde, aggiungo io, di certezze.

James Sloss Ackerman, uno dei maggiori storici dell’arte e dell’architettura, è nato a San Francisco nel 1919. Ha insegnato a Berkeley e poi ad Harvard fino al 1990. Durante la seconda guerra mondiale Ackerman ha prestato servizio nell’Esercito Americano, in Italia, dove ha potuto approfondire la conoscenza del Rinascimento italiano di cui diventerà uno dei maggiori esperti. I suoi libri sono considerati fondamentali nel loro genere, per rigore e metodo: la monografia di architettura, la biografia di un artista, lo studio di una particolare tipologia architettonica. Alla prima categoria appartiene The Cortile del Belvedere del 1954. Alla seconda i fondamentali lavori degli anni sessanta sull’architettura di Michelangelo e su Palladio. Alla terza, The Villa: Form and Ideology of Country Houses del 1990. Qui Ackerman analizza i caratteri comuni e gli elementi specifici di questo tipo di edificio, dalla villa romana alla “Casa sulla Cascata” di Wright,. Alla grande varietà di forme che la villa ha via via assunto, corrisponde l’impressione che l’ideologia ad essa sottesa sia rimasta sostanzialmente immutata dalle origini ad oggi. Accanto a questa produzione “maggiore”, centinaia saggi sulla storia dell’architettura del Rinascimento, studi sui rapporti tra arte e scienza, sui fondamenti intellettuali, morali e sociali dell’insegnamento. (dal premio Balzan)

Università, Architettura

A.R.

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Nel settembre di 10 anni fa moriva Aldo Rossi, un pezzo di storia dell’architettura italiana, un pezzo importante (anzi più di uno) del puzzle che compone l’identità della nostra facoltà.

Alla scuola di Rossi sono cresciuti molti dei nostri professori, probabilmente tanti sono rimasti incastrati nelle sue idee più forti e non ne hanno percepito la complessità, soprattutto quella delle ultime opere, altri ne hanno rinnegato le forme.

AR è una figura che va studiata proprio perchè controversa.

Dedica alle nuove matricole settembrine: Sono il primo a dire che i primi anni ero spaventato dalle architetture di Rossi, ma con il tempo, non necessariamente grazie alla plasmatura ideologica attuata dai prof suoi discepoli, ho imparato a scorgere nei suoi lavori tutto quello che la forma ad un primo sguardo copre.

Rossi è stato un architetto a tutto tondo: dipingeva, insegnava, scriveva, faceva politica, progettava, costruiva (l’ultima, la più importante).

Da wikipedia:

“Ha studiato architettura al Politecnico di Milano, dove si è laureato nel 1959.

Nel 1966 ha pubblicato il suo primo libro L’architettura della città, presto divenuto un classico della letteratura architettonica. La sua attività professionale, inizialmente dedicata prevalentemente alla teoria architettonica e a piccoli interventi edilizi compie un salto di qualità quando Carlo Aymonino gli fa realizzare parte del del complesso “Monte Amiata” nel quartiere Gallaratese a Milano.

Ha vinto il Premio Pritzker nel 1990.

Ha insegnato al Politecnico di Milano, all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, al Politecnico Federale di Zurigo e alla Cooper Union di New York.

Il lavoro di Aldo Rossi rappresenta un superamento delle metodologie del Movimento Moderno, appartenendo inizialmente alla corrente architettonica del Neoliberty, prima reazione al razionalismo con richiami più o meno espliciti all’Art Nouveau. Succesivamente è approdato, al Post-Modern nel variato panorama Italiano di questo movimento, che in lui ha assunto una rigorosità esemplare, che taluni hanno definito Neo-Novecento.

È morto a Milano nel 1997 in seguito ad un incidente stradale.

Rossi fu uno dei piú grande rinnovatori ideologici e plastici dell’architettura contemporanea, con la sua poesia metafisica ed il culto che professó nella stessa misura verso la geometría e la memoria.”

Università, Conferenze

La settimana orientale

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Questa settimana di giugno, che vede la fine delle lezioni e gli esami alle porte, vi invitiamo a non perdere un ciclo di lezioni aperte sull’architettura orientale tenuto da un professore che vive e lavora in Cina.

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