Il muro pieno

Oggi si è tenuta l’annunciata conferenza di Giorgio Grassi sugli anni ‘60 e ‘70.
Ammetto di essere stato piacevolmente sorpreso, sotto tutti i punti di vista. Innanzitutto perchè, dato anche il tenore medio delle conferenze precedenti, il pomeriggio non si preannunciava particolarmente vispo o trascinante, ed invece già sotto questo punto di vista mi sono dovuto immediatamente ricredere. Poi perchè il personaggio Grassi è visto sempre (dagli studenti almeno) con una certa diffidenza, forse per il fatto che, come dice lui stesso, le sue architetture fondamentalmente sono sempre le stesse, e questo predispone male chi non conosce. Ma anche su questo punto mi sono infine ricreduto.
Intanto, come già accennato, la conferenza per la prima volta si è rivelata veramente interessante: per la prima volta in assoluto forse dall’inizio del ciclo di conferenze si è effettivamente parlato di arhitettura, quella di cui uno studente ha bisogno per farsi delle idee.
I punti su cui si è soffermato non sono stati molti, ma essenziali. “L’architettura è un lavoro, e il lavoro è responsabilità, intelligenza, passione” e “bisogna cercare di avere passione nel lavoro, non inteso come edificio finito, ma come pensare e comporre l’architettura”. Ecco, in quattro parole le motivazioni di Grassi, uno che è nei discorsi come nell’architettura, essenziale, asciutto, privo di fronzoli.
Naturalmente non si ferma qui: segue la questione della forma. “Bisogna cercare un motivo per lavorare felicemente attorno ad una forma difficile, il progetto si può fare in una forma qualsiasi e senza intaccare il risultato” dice, si, ma la sua scelta non è certo semplice, anzi il motivo della sua architettura sempre uguale è dovuto, dice, ad una sua tendenza personale ad essere indiponibile ad usare linguaggi di cui non era né convinto, né padrone.
Il linguaggio, altra importante questione formale. Deve essere soprattutto vero, diretto, sperimentato e banale, che non imponga di entrarare in compromessi con il gusto personale. E’ quindi un linguaggio ottenuto per esclusioni, più che per assunzioni successive di elementi. Ecco da dove nasce la sua “perversione” per il muro pieno.
Il problema della decorazione non lo affronta neppure, anzi, lo indica solamente, c’è, ma lo fa sembrare artificioso, quindi inutile. Infine la forma possibile di un progetto è unica, ed il progetto deve maturare sempre più fino al punto di raggiungerla, senza alternative.
Ma al di là delle questioni formali, Grassi ha lanciato alcuni messaggi forti, quasi con distacco, o addirittura cinismo, ma ben precisi. Naturalmente io, da studente, ho raccolto prevalentemente quello rivolto alla mia categoria. Ai tempi della sua formazione, ha raccontato, gli studenti di architettura pagavano le tasse di un anno intero per andare alle sole lezioni del sabato di Ernesto Rogers. Questo per affermare che, anche adesso, non esistono buone scuole di architettura, ma esistono buoni professori, che attirano gli studenti. E quindi, ha concluso, sta allo studente, non deve farsi formare, ma deve formarsi, deve essere attivo nella propria formazione.
Perchè mi ha entusiasmato così tanto la conferenza? Perchè finalmente si è parlato di architettura senza autocelebrazioni, anzi, c’è stato subito un chiarimento: “non ho avuto moltissimi amici tra i miei colleghi”, che si stesse riferendo a qualcuno che invece di raccontare la propria opera ha inutilmente sciorinato l’elenco delle sue numerose conoscenze?
Beh in ogni caso qualche idea mi si è schiarita…













