Archive for Giugno, 2006

Università, Architettura, Mostre

Gente di Milano

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Sento spesso parlare di funzione civile dell’architettura. Devo dire che è un concetto che mi ha sempre affascinato. In fin dei conti è quasi scontato: se l’architettura traduce in mattoni i gesti dell’essere umano, i suoi riti, le sue abitudini, i suoi modi di fare, è ovvio che l’architetto, dovendone stabilire la forma è anche colui che fornisce un’interpretazione di quei gesti, di quei riti, di quelle abitudini, di quei modi di fare, e, di conseguenza, li influenza fino anche a modificarli. Per questo l’architettura ha una funzione civile, tant’è che la facoltà di Bovisa si chiama Architettura Civile mentre quella di Leonardo Architettura e Società, diverso il taglio ma l’idea di fondo è quella.

Ma siamo sicuri che questa funzione-scopo che l’architettura ha sempre avuto sia ancora valida? Mi spiego, non dico che si debba riconoscere il fallimento dell’architettura sociale, quanto piuttosto il fallimento del sociale stesso.
È abbastanza evidente che ormai si viva nel mondo dell’individualismo spinto, è purtroppo un dato di fatto. E l’architettura, espressione, come già detto, delle necessità umane, segue naturalmente questa tendenza.

Mi chiedo: ma è giusto che sia così? Se la “società” contemporanea finora non ha creato delle nuove utopie, delle nuove immagini di sé, migliori di sé, e per questo da cercare di realizzare, perché non ci hanno provato gli architetti? Di certo non penso che l’architetto possa scatenare un rivoluzione con una sua opera, ma può essere in qualche modo influente.
Probabilmente tutto questo ha innescato un circolo vizioso: società bloccata – architettura bloccata – scuola bloccata e così via. Uno degli anelli della catena va rotto, va modificato, ed il più immediato, il più semplice da spezzare è certamente quello della scuola. Bisogna cominciare a cercare nuove vie, a smuovere il sedimento, o tutto resterà immobile per sempre, tutto fermo così com’è, del resto l’Italia intera è un paese bloccato, a volte mi sembra di stare in una novella di Joyce
Tutto il discorso naturalmente andrebbe esteso anche fuori dall’architettura, ogni arte ha del resto funzione sociale come ha delle responsabilità.

Università, Architettura, Conferenze

Paolo Portoghesi

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Lunedì un pò di sessantotto è risuonato in Bovisa. Ricordi.
I ricordi di un vecchio giovane preside (romano-piemontese) che quell’anno veniva eletto come interlocutore adatto a raccogliere le proteste degli studenti dell’allora unica Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Eletto in un consiglio composto da personaggi quali Rossi, Belgioso..poi sospeso dal Ministero.

Preside di una facoltà che avrebbe poi basato la didattica sulla ricerca, la libertà; che avrebbe accolto nelle sue aule un seminario illimitato per ospitare una parte degli sfollati che avevano occupato le case milanesi ai tempi sfitte, costretti altrimenti a errare per milano nei pulman concessi per non compattarne le forze eversive.

Durante la conferenza del ciclo “Narrate, uomini, la vostra storia“, Paolo Portoghesi, oltre che della sua esperienza milanese, ha parlato anche naturalmente della sua visione dell’architettura: del forte e necessario legame col luogo delle sue architetture, vedi la Moschea romana e l’”alberità” (da un vocabolo orientale) delle strutture, dell’importanza della tradizione come sfida ma non come rifugio (un messaggio per i nostri prof ?), dell’errore di trasformazione dell’architettura in linguaggio - strumento di comunicazione (un messaggio a certe architetture contemporanee ?).

Portoghesi si è espresso anche sul tema della virtualità, che vede come fine della politica, vittoria della tecnica sulla cultura (dell’automa sull’uomo). Un aspetto positivo del passato era l’ampio spazio dedicato alla cultura ora soffocato dalla globalizzazione, che elimina le autonomie necessarie per la ricerca (che portoghesi vede racchiusa in un luogo e non coordinata infrastrutturalmente.

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Il mio punto di vista critico da studente accoglie parte dei pensieri di Portoghesi quali la necessità di ricerca ed innovazione, l’importanza del rapporto col contesto ma al contempo credo che ai giorni nostri proprio perchè ogni contesto è collegato all’altro attraverso le varie reti (telematica, infrastrutturale,…) penso che il lato virtuale sia una parte fondamentale dell’architetto, proprio perchè la virtualità sta diventando sempre più realtà ed è ormai dipendente dalla tecnica. Il dibattito culturale ora dovrebbe ripartire da queste nuove fondamenta e non sostituirvisi.

Una delle strade per la ricerca dell’identità bovisiana può essere portare il lascito rossiano al cospetto delle possibilità del contesto come rete (vedi la città diffusa, diffusa anche virtualmente), innovare (facendo ricerca non solo comunicazione) ripartendo dai fondamenti della scuola milanese senza rimanervi intrappolati o meglio rifugiati…