Università, Architettura, Mondo
Il nuovo stile internazionale

Da Liebeskind a MVRDV, dai Future Systems a Herzog&DeMeuron. Il mondo è un cantiere unico. Il denaro a disposizione delle grandi star internazionali raggiunge cifre difficili da immaginare. Secondo una lettura semplicistica si potrebbero trovare facili analogie tra il grattacielo come simbolo fallico di potenza e la volontà delle stesse compagnie di autopromuoversi attraverso dette architetture. In questo senso non conta più solo la tecnologia utilizzata e l’altezza raggiunta, bensì l’estetica del grattacielo come fatto unico e simbolico a livello mondiale, che assume la stessa funzione del logo così come descritta da Naomi Klein ormai diversi anni fa. Ma allora come si spiegano la biblioteca di Seattle di Koolhas o il ponte di Calatrava a Reggio Emilia? Si spiegano esattamente allo stesso modo. Il ruolo delle compagnie in questo caso è preso dalle pubbliche amministrazioni, che tornano così a esprimere il proprio potere sul territorio attraverso grandi opere di architettura, costose, vistose, che ignorano l’uomo e celebrano il potere. Economico o politico non ha importanza, tanto più che mai come oggi i due poteri si mischiano e si confondono.
“Cittadini come consumatori”, così titola tre dei suoi saggi l’architetto argentino Rafael Iglesia. Come il capitalismo moderno ha sostituito la triade prodotto->ricavo->maggior produzione con denaro->produzione->maggior denaro (molte delle compagnie di maggior successo non vendono più prodotti, vendono servizi di gestione del patrimonio), così la politica sta passando dal risolvere i problemi sociali per migliorare la vita del proprio paese al risolverli per guadagnare in consenso. Le città si trasformano in megalopoli, le strade e le piazze diventano sistemi di flussi in costante movimento, gli edifici nient’altro che rappresentazione di sè stessi. Si va perdendo, forse addirittura dimenticando, il senso di città come fatto culturale e sociale. Si corre a grandi passi verso una nuova desumanizzazione, dopo quella fallita del positivismo.
E allora che fare? Come difenderci da questo mondo ipocrita e corrotto che ormai ha invaso tutti i campi, architettura compresa? No, non cercate una risposta. Non c’è una risposta, perchè questa domanda non ha senso di esistere, si basa su falsi presupposti. Questo è il mondo che ci propongono a gran voce media e potenti, il mondo che ci descrivono quelli del “si stava meglio quando si stava peggio”. Ma basta girare un poco lo sguardo per accorgersi che, sotto sotto, restiamo umani, troppo umani.
E’ così che salta agli occhi un gruppo eterogeneo di architetti capace di distinguersi. Distinguersi non per la forma più bizzarra ideata, ma per una scelta di campo chiara e coerente con quello che ancora è l’essere umano. Un’architettura che sembra sopravvivere indenne al passare del tempo, e delle mode, e che affonda le sue radici nell’architettura vernacolare senza tempo, è quella che Kenneth Frampton individua come regionalismo critico, o tettonicismo. Nell’ultimo secolo è stato adottato, raggiungendo spesso livelli di alta poesia, da architetti come Gaudì, F. L. Wright, Alvar Aalto, Carlo Scarpa, Alvaro Siza, Tadao Ando ed Eladio Dieste. Un solo lato comune hanno queste architetture: l’essere generate da quella che mi azzardo a chiamare identità locale, che a sua volta è l’insieme della cultura, delle tradizioni (anche costruttive), degli uomini, del territorio. Dell’essere umani nel suo significato più profondo.
E allora non resta che un modo per concludere questo breve articolo. Una citazione, da un saggio dell’architetto bonaeriense Claudio Caveri, che chiude questo tema aprendone uno nuovo.
E… lì il miracolo… l’emozione…
09 Giu 2008 M J Sarfatti

Caro compagno Sarfatti.
Ciò ke spesse volte e sovente ci viene dato ‘a bere’ e ‘da bere’ dai vari ‘media’ (in senso e significato latino, cioè mezzi di comunicazione, oggi, ndr) e dagli apologeti del main-stream o intellettuali di turno, siano essi più o meno capaci nell’esposizione delle loro specifiche conoscenze in questa o in quell’altra materia, NON è nient’altro ke il frutto marcio, riformista (in quanto RIformista, lo è, marcio intendo, per pura definizione, ndr), che ci vien propinato come ‘nuova scoperta’ del secolo, od illuminazione di tipo geniale (o quasi) per opera della mente dell’uomo…o di qualche uomo,singolo.
Nulla di nulla si va a detrarre da quest’ultimo arrivato con la soluzione in tasca, di tipo ‘illuminista’ o positivista’ vistosi ke lo citi!
Menti assolutamente brillanti e lucide, come quella del Frampton.
Uno storico così bravo, ma così bravo, ke se ne esce col termine ‘regionalismo critico’, per spiegarci che cosa??
Il ‘Regionalismo critico’! Va bene.
Ma facciamo un passo avanti ancora: (testualmente cito) …Nell’ultimo secolo è stato adottato, raggiungendo spesso livelli di alta poesia, da architetti come Gaudì, F. L. Wright, Alvar Aalto, Carlo Scarpa, Alvaro Siza, Tadao Ando ed Eladio Dieste. Un solo lato comune hanno queste architetture: l’essere generate da quella che mi azzardo a chiamare IDENTITA’ LOCALE, che a sua volta è l’insieme della cultura….ecc…ecc…
Da Bovisiano, mi chiamo Bianchi, ritengo che la questione ‘diversamente detta’ dell’IDENTITA’ LOCALE, fu esplicitata molto chiaramente, e molto pi chiaramente di K.Frampton, dal professore Milanese, scomparso prematuramente nel 1969, Ernesto Nathan Rogers, coi temi delle PREESISTENZE AMBIENTALI, e DELL’ANALISI DEL CONTESTO (in tutti i sensi).
Penso con assoluta fermezza che questi siano temi ancora oggi molto attuali e operanti, e che non influiscano i fraseggi doi storici od intellettuali che popolano o fanno comparsate qua e la nelle SCUOLE d’Architettura di tutto il Mondo, dicendo in vario modo, le stesse cose a cui, certamente non a loro, spetta il reale PRIMATO.
Questi sono solo degli intellettuali. Diffusori di FALSA COSCIENZA (in Architettura). E quindi di IDEOLOGIA.
NON ABBIAM BISOGNO DELLE LORO FILASTROCCHE MONDANE, nè tantomeno d’essr presi in giro.
ciao.
db
Daniele Bianchi
Caro compagno Sarfatti.
Ciò ke spesse volte e sovente ci viene dato ‘a bere’ e ‘da bere’ dai vari ‘media’ (in senso e significato latino, cioè mezzi di comunicazione, oggi, ndr) e dagli apologeti del main-stream o intellettuali di turno, siano essi più o meno capaci nell’esposizione delle loro specifiche conoscenze in questa o in quell’altra materia, NON è nient’altro ke il frutto marcio, riformista (in quanto RIformista, lo è, marcio intendo, per pura definizione, ndr), che ci vien propinato come ‘nuova scoperta’ del secolo, od illuminazione di tipo geniale (o quasi) per opera della mente dell’uomo…o di qualche uomo,singolo.
Nulla di nulla si va a detrarre da quest’ultimo arrivato con la soluzione in tasca, di tipo ‘illuminista’ o positivista’ vistosi ke lo citi!
Menti assolutamente brillanti e lucide, come quella del Frampton.
Uno storico così bravo, ma così bravo, ke se ne esce col termine ‘regionalismo critico’, per spiegarci che cosa??
Il ‘Regionalismo critico’! Va bene.
Ma facciamo un passo avanti ancora: (testualmente cito) …Nell’ultimo secolo è stato adottato, raggiungendo spesso livelli di alta poesia, da architetti come Gaudì, F. L. Wright, Alvar Aalto, Carlo Scarpa, Alvaro Siza, Tadao Ando ed Eladio Dieste. Un solo lato comune hanno queste architetture: l’essere generate da quella che mi azzardo a chiamare IDENTITA’ LOCALE, che a sua volta è l’insieme della cultura….ecc…ecc…
Da Bovisiano, mi chiamo Bianchi, ritengo che la questione ‘diversamente detta’ dell’IDENTITA’ LOCALE, fu esplicitata molto chiaramente, e molto pi chiaramente di K.Frampton, dal professore Milanese, scomparso prematuramente nel 1969, Ernesto Nathan Rogers, coi temi delle PREESISTENZE AMBIENTALI, e DELL’ANALISI DEL CONTESTO (in tutti i sensi).
Penso con assoluta fermezza che questi siano temi ancora oggi molto attuali e operanti, e che non influiscano i fraseggi doi storici od intellettuali che popolano o fanno comparsate qua e la nelle SCUOLE d’Architettura di tutto il Mondo, dicendo in vario modo, le stesse cose a cui, certamente non a loro, spetta il reale PRIMATO.
Questi sono solo degli intellettuali. Diffusori di FALSA COSCIENZA (in Architettura). E quindi di IDEOLOGIA.
NON ABBIAM BISOGNO DELLE LORO FILASTROCCHE MONDANE, nè tantomeno d’essr presi in giro.
ciao.
db
Io sono un intruso, non sono uno studente, sono un non troppo giovane professionista (eufemismo) e non so se ho diritto di parola. Comunque ci provo.
1°) Francamente, la primogenitura di qualcuno su qualcosa mi sembra di scarsissimo interesse, l’importante è che il contenuto su quel qualcosa sia giusto
2°) Il mio parere è che il contenuto sia giustissimo e condivido riformisticamente (che cavolo c’entra non saprei) tutto il post del “compagno” Scarfati (che aricavolo c’entra non saprei). L’architettura, quella almeno più glamour e rivistaiola, ha perso ogni relazione con la storia, i luoghi e il contesto. Anzi non è proprio architettura. Ad un certo momento qualcuno ha deciso che bisognava essere moderni e allora è nato il progetto che fa le cose esattamente opposte a quelle fatte prima: finestre verticali? No, finestre orizzontali. Edifici con forti basamenti a terra a rimarcare che l’edificio nasce da terra? No, pilotis. Tetti e gronda? No, coperture piane praticabili e guai gronda che conclude l’edificio in alto, ecc.ecc. Una volta fatta questa equazione, cioè una volta annullata la storia e millenni di lavoro dell’uomo, il passaggio al de-costruttivismo, all’architettura logo e immagine pubblicitaria del potere economico e del progettista stesso è quasi una conseguenza logica. Ma, come dice il “compagno” Scarfati, l’uomo è sempre umano e la sua umanità non può accettare le puntazze da scenografia di Superman di Libeskind e le case pericolanti da Famiglia Adams di Gerhy.
Ed è anche vero che il regionalismo è la soluzione, direi il localismo. Che poi la scelta sia il vernacolo o meno, si può discutere, ma l’importante è che, in un’economia globale, c’è un forte bisogno di cultura locale, il glocal, per dirla fino.
I MacDonald sono anche buoni, qualche volta, ma un panino col prosciutto è meglio
Saluti
Pietro
Caro intruso
Qualunque cosa tu sia o creda di essere o di non essere, non devi fare confusione.
Al di la del fatto, molto superficiale peraltro, di citare tra le righe, e neanche tanto troppo celatamente, alcuni punti dell’architettura ‘razionalista’ di monsieur Le Corbusier, in relazione di paragone all’architettura contemporanea (quella dei giorni nostri intendo, quella ‘da rivista’, ndr), non vedo SINCERAMENTE cosa centri con l’esposizione dell’articolo di SARFATTI, al suo testo.
Forse il fatto di ‘condividere RIFORMISTICAMENTE’ qualcosa o d’essere dichiaratamente tu RI-formista, ’senza veli’, non t’aiuta a ’sciogliere’ questa tua confusione originale.
E fossi in te non ne andrei neanche troppo orgoglioso di tale dote,onestamente.
Infine, in merito ai posti dove tu sei solito mangiare, francamente, c’interessa molto relativamente.
Cordiali saluti.
Daniele Bianchi
Daniele:
primo, rileggiti il titolo dell’articolo;
secondo, rileggiti il commento di Pietro;
terzo, prima di usare l’arroganza nei tuoi interventi, assicurati di aver inteso quello di cui si sta parlando, altrimenti ci fai una magra figura.
La mia intenzione era quella, come intuito da Pietro, di paragonare lo Stile Internazionale così come insegnatoci all’architettura da rivista. Ho cercato di stressare il fatto che entrambi allontanano l’architettura dall’uomo alla ricerca di un universalismo inventato basato sulla ragione (anni ‘30) piuttosto che sull’immagine (oggi).
La metafora del McDonald a me sembra calzante… non l’hai capita davvero o fai solo finta? Nel primo caso Pietro potrà metterla giù in forma più chiara, nel secondo caso, beh, sei sicuro che vuoi impostare il dibattito su questi toni?
Ultima domanda: perchè “compagno”?
Ripensandoci, rileggitelo tutto l’articolo, con attenzione. Perchè dal tuo primo commento è evidente che non hai inteso lo spirito nè il messaggio.
Grazie molto per la difesa d’ufficio MJ. Se tu non l’avessi fatta non avrei risposto perchè anche se sono nuovo nei blog ho imparato una cosa, e alla svelta: qui si scambiano opinioni, forti, pungenti, ironiche ma senza superare mai la soglia dell’insolenza. Mi spiace sinceramente se sono stato troppo pungente, talvolta le dita sono più veloci del cervello. Però non credo di aver offeso nessuno. Comunque non accadrà più.
A te MJ non c’è bisogno di spiegare altro perchè mi sembra tu abbia capito tutto.
Sul Mac donald e il prosciutto, o meglio su qualcosa di molto simile se vuoi puoi leggere questo post dal mio blog che è anche alimentare ma, sostanzialmente, dice le stesse cose che dici te:
http://regola.blogspot.com/2008/04/pietro-pagliardini-scritto-per.html
Vi ho scoperto solo due giorni fa e non mancherò di tornare a dire qualcosa, se ci sarà l’occasione.
Saluti
Pietro
E’ bello anche confrontare le due immagini proposte: la 1a un collage di rendering effimeri piazzabili ovunque emblemi del villaggio globale, la 2a un insieme di foto che esprimono la solidità che solo una pietra cavata sul posto può dare come esempio di architettura locale.
Lo stile internazinale contemporaneo è veramente ormai solo quello del logo creato per risanare l’immagine di un luogo, una città.
Noi giovani dovremmo sperare invece in una presa di coscenza collettiva della qualità della localizzazione dello stile architettonico.
Un pò come alcuni consumatori stanno riscoprendo i frutti locali speriamo lo stesso facciano le amministrazioni.
Inutile dire che una metropoli tenderà all’internazionalizzazione mentre cittadine secondarie al folklore.
Questo blog mi piace sempre più.
Ma ve li insegnano all’università questi concetti o siete autodidatti?
Se ve le insegnano mi devo ricredere sull’università (o avete una fortuna sfacciata), se siete autodidatti mi devo ricredere sulla cultura giovanile.
In ogni caso c’è speranza per il futuro (beccatevi questo colpo di ruffianeria paternalista).
Pietro
Compagno perchè ‘compagno di Università’, mi sembra ovvio!
Oh, io, in università ogni tanto ci vado…. ;;)
Perchè, cosa avevi inteso tu scusa??
Mi senbra molto evidente che il nocciolo della manfrina è questo qua: ‘Io al Mc Donald ci vado’.
Punto.
Ci sono poi degli stolti, e mi contengo, che ogni tot anni vanno a tirargli dietro i Sampietrini ed i sassi, tipo in corso XXII Marzo qualche anno fà.
Codesti parassiti si riempiono la bocca con neologismi come ‘Villaggio globale’, Global, alla quale parola è anche anteposto un ‘NO’. Coloro vestono con colori tipo ‘arcobaleno’.
Che mondo!
Che gioventù!!!
con simpatia.
Daniele Bianchi
Salve a tutti, sono nuovo di queste parti! Ho avuto occasione di arrivare fin qui su consiglio di mio fratello, un ‘bovisiano’.
In primis complimenti per l’articolo, credo che il tema del regionalismo o, come scrive giustamente Pietro, del localismo sia davvero interessante, soprattutto in questi ultimi anni dove, a parer mio, sembra che molti più architetti tendano a far propria la filosofia del ‘fuck the contest’, forse per effettivo disinteresse per ciò che gli sta attorno, forse per semplice comodità (considerando il manufatto architettonico come una sorta di scultura a sè stante).
Interessante la ‘provocazione’ di Pietro sul MacDonalds, devo dire che io avevo fatto un ragionamento esattamente uguale quando ho fatto un piccolo fascicolo di rielaborazione del testo di Rykwert, The Seduction of Place (la Seduzione del luogo, che per altro consiglio a tutti di leggere).
Io avevo pensato alle coppie panino ‘della nonna’ - bigmac e Red House (di Morris) e un comune grattacielo di acciaio e vetro, per esprimere il passaggio dalla concretezza all’effimero.
Aggiungerei che sarebbe anche interessante farsi qualche domanda su come sia possibile che in molti corsi di architettura venga spesso e volentieri dimenticato di considerare il ‘genius loci’, inteso sia come spirito del luogo (altrimenti il buon Schulz potrebbe ribaltarsi nella tomba),ma anche come attenzione alla problematica ambientale (e quindi aspetti come orientamento, ventilazione, illuminazione, tipologia delle strutture, non che la forma stessa dell’edificio).
Per quanto mi riguarda sembra che vengano sempre più apprezzati progetti che vanno a rifarsi a ciò che le ’star’ dell’architettura sono ormai solite pubblicizzare su riviste etc., ovvero forme scultoree detatte da scelte estetiche e dal forte impatto visivo.
E qui mi piacerebbe citare qualche frase tratta da Eyes of Skin di J. Pallasmaa:
[…]’la perdita di temporalità e la ricerca di un impatto istantaneo nell’espressione contemporanea’ […]’deliberata superficialità e ossessione per le apparenze, le superfici e gli impatti istantanei che non hanno alcuna durata nel tempo’[…]’l'architettura è diventata un’arte dell’immagine riprodotta, fissata dall’occhio frettoloso dell’obiettivo’.
Concludo: in un mondo sottoposto a una ‘pioggia ininterrotta di immagini’ (Calvino) secondo sarà possibile ri-sensualizzare l’architettura?
Saluti a tutti, Marco Zerbi, ‘leonardiano’.
P.S. per la fretta non ho modo di rileggere il mio intervento, mi auguro di non aver scritto troppe idiozie.
Daniele, intanto alla parola GLOBAL da anni si antepone NEW, non NO. Questo a dire che la globalizzazione in sè non è un male, dipende come viene gestita. Poi restano gruppetti stolti che attaccano le violenze del capitalismo con altra violenza, autocontraddicendosi e facendo del male più a loro stessi che ad altro (che poi chi condanniamo per il reato più grave? il ragazzino che rompe una vetrina, o l’uomo d’affari che rovina milioni di risparmiatori?).
Al McDonald, alle volte, ci vado anch’io. Nonostante mi disgusti come politica aziendale, gli hamburger all’americana hanno un non so che. Così come vado (molto più volentieri) a mangiare indiano piuttosto che cinese. Ma sono italiano, ed effettivamente come un panino al prosciutto non ce n’è. E se il signor Ronald venisse a Milano e sostituisse i paninari aperti fino alle 5 del mattino con chioschi del McDonald mi girerebbero alquanto.
Intanto Marco ha scritto alla svelta ma non ha detto affatto idiozie. Quanto al McDonald io non c’ho proprio niente contro, se non che mia figlia mi ci vorrebbe portare sempre per i gadgets. Quella dell’hamburg-prosciutto è chiaramente una metafora per dire che la globalizzazione culturale in architettura è una perdita di ricchezza straordinaria che va combattuta. E’ difficile, ma è molto più facile che combattere la globalizzazione economica, ammesso che questa sia da combattere, perchè secondo me è vero che in parte ci danneggia ma, guarda caso, favorisce i paesi emergenti, cioè poveri, che si prendono un diritto, quello al benessere, che noi abbiamo già. Ma questo è un altro discorso.
Io mi meraviglio sempre di una cosa: in campo ambientale la bio-diversità, cioè la conservazone delle diverse specie animali e vegetali nei vari ambienti è cosiderato, giustamente, un valore; il corrispondente in campo umano della bio-diversità è la cultura, che è propria dell’uomo e basta. Allora che senso ha fare in ogni città del mondo gli stessi edifici e riproporre gli stessi modelli? Se Londra o Milano diventano uguali a New York il mondo è più triste, più noioso. Io vado a Manhattan e (da antichista non lo dovrei dire) godo a camminare tra i grattacieli (forse perchè non ci devo abitare sempre), vado a Londra e godo a camminare nel Mall ma non a guardare il cetriolo di Foster o Canary Warf. Vi immaginate se nella mia Toscana si cominciassero a fare le case tirolesi?
Io posso capire, in qualche modo, i cinesi che, nella loro smania di diventare ricchi e potenti imitano tutti i difetti dell’occidente: è un pò come nel nostro dopoguerra quando non si andava per il sottile, l’importante era FARE. Ma noi occidentali siamo ormai società mature (forse troppo, quasi fradice) e dovremmo avere maggiore consapevolezza delle nostre culture.
La globalizzazione culturale non è incontrastabile e ineluttabile. Basta volerlo, basta che le scuole di arhitettura insegnino il rispetto della cultura dei luoghi. Si può fare.
Pietro
premetto: in linea di massima sono d’accordo con le idee espresse nell’articolo riguardo alla critica di una certa architettura dell’immagine che attualmente la fa da padrona nell’immaginario della gente comune, anche (e soprattutto) grazie all’attenzione data dalle testate non specialistiche (io donna una su tutte)
ma.
mi sembra davvero troppo qualunquista (almeno per uno che studia- e quindi dovrebbe conoscere a fondo- l’architettura) mettere sullo stesso piano gehry e koolhaas, o calatrava e gli mvrdv, o…
perchè secondo me, una cosa sono gehry, zaha hadid, calatrava, liebeskind, isozaki e tutti quelli che, veramente, creano architetture effimere, tutte uguali nella loro autoreferenzialità, in una parola FORMALI.
_ma koolhaas ha avuto la capacità, più di chiunque altro, di interpretare (e usare) la città e la realtà contemporanee, innovando l’architettura come non si vedeva da anni. e la biblioteca di seattle, come la casa da musica, sono edifici che si inseriscono in un percorso di ricerca teorico e spaziale che manca assolutamente nei signori citati sopra.
_gli mvrdv, come anche steven holl, portano avanti da anni una ricerca sui temi della complessità, del caos, e dell’abitare contemporaneo, che è ben visibile in ogni loro progetto (che poi possono non piacere, ma non possono certo essere tacciati di formalismo)
_lo stesso vale per herzog&de meuron, che coniugano un’ardita sperimentazione tecnologica con il tema (rossiano) della complessità spaziale e temporale della città.
in poche parole:
1. il contesto è importante ma non è tutto.
l’architettura può prendere le mosse anche da qualcos’altro, perchè è indispesabile innovare e SPERIMENTARE (anche se nella direzione giusta, che non è quella di gehry).
2. mettere la maggior parte degli architetti contemporanei in un unico calderone è superficiale e reazionario; o più semplicemente, non corrisponde al vero.
andrea
Ma io dico….!
Ma il compagno che scrive qui sopra di me dice…
(qlcsa del tipo…) ‘Può o deve rinascere una critica all’architettura grazie, e per merito, di testate NON SPECIALISTICHE (ammissione) come ‘IO DONNA’ (una su tutte!).
Maledizione! Ma ce le dobbiamo far dire da ‘Io donna’ le cose?
‘NONSOLOMODA’ quantomeno ‘milita’ da più anni!
E sul forum dei ‘BOVISIANI(cosiddetti)’ io mi devo sentir dire, 2 righe sotto, 2 di numero, ….(cit.) ‘mi sembra davvero troppo ***qualunquista*** (almeno per uno che studia- e quindi dovrebbe conoscere a fondo- l’architettura).
cazzarola!
Su che fonti autorevoli ti rifai! li mortacci!!!
Poi, la complessità spaziale e temporale della città, NON LA SI ANALIZZA progettando delle cazzate alla ‘herzog&de meuron’ visto che le citi. Probabilmente l’avrai letto su ‘IO DONNA’, non lo sò….
Ma non ricordo di aver visto la recensione del ‘Teatrino del Mondo’ del Professor Aldo Rossi su ‘AMICA’ o altro, visto che lo citi in termini di Genius Loci.
Infine noto nel signor Pietro una certa reticenza quasi tesa ‘all’autolimitazione’ nell’alludere al fatto di camminare per Manhattan e nell’essere al contempo un’antichista (affari suoi), che poi va a pranzare da McDonald.
Quanta confusione!
Quanta confusione!!
Bene: Oggi è Mercoledì, 18/Giugno/08, e sono le ore 9:25 in questo preciso istante.
…Io c’ho il treno da Como per Milano diretto FNM alle 9:48.
Chi ci sarà dei Bovisiani oggi in BOVISA?? Non ‘virtualmente’ inteso?
Zerbi, Pietro, Sarfatti, Andre, Duca, Bianchi, Rossi, ……
hmmm??!!
Daniele non so se è per la foga o altro ma credo che tu abbia male inetrpretato le parole di andrea:
[quote] [..]una architettura dell’immagine che attualmente la fa da padrona nell’immaginario della gente comune, anche (e soprattutto) grazie all’attenzione data dalle testate non specialistiche (io donna una su tutte) [/quote]
Non so gli altri ma io ho inteso semplicemente queste parole come conferma del fatto che ANCHE riviste non specialistiche fanno propaganda alle archi-star, e di conseguenza anche la gente che non si compra la rivista di architettura è influenzata da questi progetti.
Io quel ‘grazie’ l’ho inteso come ‘a causa’. Sbaglio io?
Comunque sono anche io di Como ma niente uni, mi manca solo un esame e ritoccare la tesi e sono a posto x la triennale, quindi niente uni (anche considerato che credo sia ancora inacessibile Guernica).
Saluti, Marco Zerbi
P.S. Pietro, condivido appieno il tuo ultimo intervento, hai centrato il punto in modo più che chiaro!
Marco, puoi dirci qualcosa di più su quel libro, La seduzione del luogo?
Anch’io ho inteso le parole di andre come una condanna delle architetture da renderino figo pubblicate su ogni genere di rivista, da Abitare a Io Donna. E mi è sembrato che il “qualunquista” fosse riferito a me (o quantomeno al fatto che ho messo tutto in un unico calderone).
E ha ragione! Finalmente qualcuno ha centrato il punto debole dell’articolo. Ci sono architetture che a prima vista appaiono formali come tutte le altre, ma che sottintendono un pensiero complesso sull’architettura e la città. Il problema è, quanto può essere fondato questo pensiero? La teoria del caos? siamo sicuri che faccia parte dell’essere umano e che si possa fondare una teoria architettonica solo su questo aspetto? e siamo sicuri che non sia quasi una scusa per fare un po’ quello che ci pare, e ricadere così nell’autoreferenzialità? e i due stadi di H&dM dove si collocano nella loro teoria della città? per quanto riguarda Koolhaas, lui sta facendo la fine di Rossi. Ha costruito una imponente teoria sulla contemporaneità, grande merito in questo, ma disegna formalismi.
In secondo luogo, vorrei stressare ancora una volta la conclusione dell’articolo… perchè l’attenzione non è posta sul binomio FORMALISMO/LOCALISMO, ma sul tema dell’uomo, la volontà di porre l’uomo al centro del progetto architettonico e non le sue misure ariane alla Les Corbusier e la sua supposta irrazionalità alla MVRDV. Ma l’uomo nella sua complessità, fatta di ragione, di EMOZIONE, di tradizioni e di sviluppo verso il futuro. L’uomo messo in crisi e materialmente sfruttato dalla società moderna.
ps: io in Bovisa ci torna a settembre perchè sono a Buenos Aires (nel caso non lo aveste notato, ho citato diversi architetti argentini e sudamericani
), quindi ad allora compagno Bianchi!
caro compagno bianchi, ultimamente passo più tempo in bovisa che a casa, ma non credo di dovermi giustificare con te.
comunque rispondo direttamente a marco e mj, visto che almeno loro hanno capito il contenuto del mio post.
ovviamente, come hai intuito, l’aggettivo “qualunquista” non era certo riferito a te in persona, ma a quell’atteggiamento, ormai frequente, di chi critica per partito preso gli architetti più famosi, magari senza neanche conoscerne il percorso teorico.
e sono del tutto d’accordo quando parli dell’uomo come necessario centro del progetto; ma non è così semplice, perchè mi chiedo: quale uomo?
parliamo dell’uomo come singolo? o dell’uomo come animale sociale, e quindi delle relazioni che si creano nelle città?
come hai scritto, l’uomo nella sua COMPLESSITA’.
ed è proprio da questa categoria (più che il caos) che prende le mosse la ricerca di koolhaas prima, e quella degli mvrdv poi. e proprio perchè è un tema che riguarda l’uomo, le sue infinite facce e modi di vita, che difendo questi architetti.
perchè, se nel 2007 la popolazione delle città ha per la prima volta nella storia superato quella rurale, l’architettura deve fare un passo avanti: DEVE concentrarsi sulle città, sulla ricerca dei modi migliori per far vivere tante persone in poco spazio (tema della DENSITA’).
per esempio: koolhaas ha prodotto ultimamente delle interessanti ricerche su dubai e lagos: mi piacerebbe che in bovisa si parlasse di questo, più che di case dello studente o teatri romani (comunque interessanti, ma anacronistici).
riguardo a herzog & de meuron sono d’accordo con te: gli stadi sono veramente inguardabili, ma per fortuna il loro lavoro non si ferma lì. guarda per esempio il recente caixa forum di madrid (http://www.genitronsviluppo.com/architettura_sostenibile/immagini/giardini_verticali_patrick_blanc_caixa_forum_madrid_architettura_sostenibile_1.jpg)…
vi lascio altrimenti continuo a scrivere a oltranza!
Questa mattina, anzi, ieri mattina (18/06/08) in Aula de Carli, c’è stata una bellissima lezione su Salvatore Bisogni, architetto partenopeo vivente.
Quanti lo conoscono?
Bhè, la mattinata, che ha visto presente alla cattedra docenti e Maestri d’Architettura quali D. Vitale, E. Bordogna, A. Monestiroli, G. Canella e A. Torricelli ed altri, s’è poi conclusa con la visita rapida alla mostra di disegni, progetti, e modelli dell’Architetto succitato allestita per l’occasione nell’adiacente spazio mostre di Bovisa.
(Breve parentesi, consiglio vivamente la visita alla mostra da parte di tutti, Bovisiani o meno che siate o vi sentiate, perchè molto interessante e ben fatta; io vi ho fatto una rapida e fugace ‘visitina’ stamane a conclusione del seminario.
Rimarrà all’estita sino al 02 di Luglio. Ribadisco andate a dare un occhio).
Il preside Monestiroli, facente in ‘incipit’ gli onori di Casa e la presentazione del seminario, ha poi detto una frase molto significativa, in merito al lavoro di Bisogni e che vi riporto qui sotto ‘a braccio’, per come la ricordo:
‘…quando un Architetto si fa carico, e promotore, o portatore di un chiamiamolo ‘mandato sociale’ o civile dell’architettura, nella società (ma anche in quella di ieri comunque, alla stessa guisa, con modalità e ‘dosaggi diversi’, aggiungo io, senza false illusioni, NdR) d’oggi diventa un Architetto ‘SCOMODO’, un Architetto ‘fuori dal coro’, e che nella stragrande maggioranza dei casi rimarra circondato dalla solitudine…’
Spero di non aver distorto oltre-modo l’inciso del Nostro Preside di Facoltà.
Bene, credo che questa affermazione si possa e si può benissimo bene rialllacciare a tutto quello che noi ci stiamo raccontando in questa paginata a schermo, in toni perlopiù di botta-e-risposta.
NON MI VERGOGNO, io, Daniele Bianchi, Non mi vergogno, di condurre una dichiarata, atroce, e violenta (all’interno della Scuola, o altrove) Lotta contro ‘l’OPPORTUNISMO in Architettura’!
(Non mi sto riferendo al Bisogni succitato, attenzione! Non vorrei cader in ambiguità e mal-interpretazioni, ndr).
L’opportunismo, in Architettura nel qual caso, ma anche per definizione e sua natura di tipo ‘camaleontico’ e ‘cangiante’, ha 1000 forme, ha svariatissime forme.
Il fatto di ‘SOstentarsi’, ‘Ostentarsi’, e spiegarsi con ‘presunte’ teorie, ne occulta in qualche modo la sua ‘apparenza’, ‘il suo palesarsi’, il ‘venir fuori’, chiamatelo il suo ‘coming-out’ se vi piace…MA NON CAMBIA la sua natura di OPPORTUNISMO.
NON CAMBIA, ripeto la Sua NATURA REVISIONISTA, e quindi corrotta.
Occorre estrema attenzione.
Rem Koolhaas è uno di questi. E’ un signor opportunista.
E ce ne sono tanti altri, molto meno sospettabili, osannati e decantati di lui.
Il voler fondare il proprio lavoro, dei propri studi, o una vita di ricerche su di una particolare tematica, su una chiave d’analisi (o progetto, o che comunque poi, direttamente o meno, vi si riversa, nel progetto intendo, ndr) su certi campi o ‘chiavi di llettura’ del mondo dell’architettura, della Città, della realtà, della Società (ambizioni queste ben più maggiori per qualcuno, peggio ancora!!), come ad esempio quella sul caos, sulla complessità dell’uomo (….!!….), significa SIN DALL’INIZIO, catalizzare, illudere le masse (e sè stessi in primo luogo: ma tant’è, se solo così fosse il ‘danno’ e/o l’autoillusione della questione rimarrebbe quantomeno circoscritta a soggetto singolo o pochi altri….ndr) di cose, di teorie che non esistono, che sono solo il frutto di proprie predilezioni.
Aldo Rossi, il maestro Aldo Rossi, parlava di Architettura, di Città, di Città come scena fissa (e fredda, come detto stamattina dal Vitale stesso, ndr) dello svolgersi della vita quotidiana delle persone. Si serviva di cose concrete, REALI, per spiegare, raccontare, ANALIZZARE, -anche la vita materiale- agli allievi in primo luogo le sue ‘visioni’, il suo ‘modo d’intendere l’Architettura’; preso sempre da un punto soggettivo, quello dell’Aldo Rossi stesso, in persona, non v’è dubbio.
Ma testi e ‘posizioni teoriche’ del Rossi (così com’anche quelle di Canella, Aymonino, Polesello e altri) sono compresibili anche alla gente comune; trasmissibili intendo. Non ad una tribuna di Addetti ai Lavori. Addetti alle illusioni!
Questo sono! Tribune d’intellettuali!
Architetture d’elitè per ‘elucubratori mentali mai stanchi’, ma che null’altro hanno se non la ’stanchezza mentale’ continuamente riformata, riveduta e perpetrata, delle loro posizioni teoriche ‘campate per aria’ quanto INSOSTENIBILI, se non da loro stessi, e date in pasto ai porci di cui si popola il letamaio dell’architettura internazionale, del main-stream, delle bocche affamate di novità e desiderose d’illusioni.
Penso d’esser stato sufficientemente chiaro.
Se non lo fossi stato, bhè domandatemi.
è sacrosanto fare una distinzione tra quegli architetti postmoderni che Ostentano, e quelli che stanno compiendo percorsi di ricerca. sempre che non siano gli stessi in entrambi i casi. ma la pura esistenza di una ricerca non giustifica un’opera.
Rossi ha prodotto gli edifici più brutti e deprimenti della storia dell’architettura occidentale (l’architettura socialista lo batte), nonostante ciò le sue speculazioni teoriche (per lo più travisate dai nostri docenti tra l’altro) sono tra le più fini, elaborate, attaccate alla realtà.
Koolhaas fa un’analisi brillante della società contemporanea, e poi se ne esce con edifici a prima vista (che ricordiamoci, è quella dei non addetti ai lavori) indistinguibili da quelli degli architetticchi che fanno forme strane per diventare famosi (a questo ti riferisci con Opportunisti giusto?). a sua difesa dico però che le sue teorie sono troppo complesse per poterle bollare di opportunismo o presunzione. differente è il caso di architetti che ad esempio delegano il disegno a programmi per computer, sostenendo che il digitale è lo specchio della società moderna. questo sì, è presunzione, opportunismo, e presa per il culo. se non hai voglia di pensare all’edificio che ti è stato commissionato, chiamami. costo poco e mi allenano da 4 anni a lavorare 26 ore al giorno.
infine, come non essere d’accordo sulla critica alle tribune intellettuali. il grande male dell’architettura italiana. ma dire che Koolhaas parla in architettese e Rossi no, beh, è un bell’abbaglio. sarà che sei lombrado e ti risultano più immediate le speculazioni dei vari Canella e Aymonino che in fondo riflettono sul nostro territorio, piuttosto che le teorie di Koolhaas, più aliene a noi?
(tra l’altro la fatica fatta per comprendere l’Architettura della città è pari soltanto a quella fatta leggendo l’Amleto in lingua originale)
sono proprio i nordisti italiani che parlano in italiano strampalato (il succitato architettese) di questioni di cui alla gente comune glie ne frega tanto quanto sapere se il bicchiere disegnato su un foglio di carta è una macchia di grafite o una rappresentazione di un bicchiere.
ps: nutro grande stima verso H&dM, e la loro ricerca sugli spazi della città e sulla materialità. è interessante notare come tuttavia neanche loro sono immuni dalle mode effimere.
Siamo una Facoltà in preda a un cattivo insegnamento secondo te?
diciamo che va interpretato l’insegnamento.
è buono perchè dietro ci sono delle teorie fondate e mature.
è cattivo quando i professori si chiudono rispetto a tutto quello che è venuto dopo aldo rossi, e quando non capiscono che forse queste teorie vanno quantomeno aggiornate.
tu cosa ne pensi?
Che sei fuoristrada
Salve, mi intrometto anche io..
volevo porti una domanda riguado alla tua risposa ..
”
La mia intenzione era quella, come intuito da Pietro, di paragonare lo Stile Internazionale così come insegnatoci all’architettura da rivista. Ho cercato di stressare il fatto che entrambi allontanano l’architettura dall’uomo alla ricerca di un universalismo inventato basato sulla ragione (anni ‘30) piuttosto che sull’immagine (oggi)”
ma secondo te l’archiettuara gotica delle cattedrali, costruite per venerare un dio nella speranza di un aldilà avvicinano l’architettura all’ uomo?
e gli edifici rinascimentali con palazzi enormi, con soffitti altissimi porte fuori dalla scala umana , alla ricerca di una classicismo idea di bellezza (inventato) basato su roma e la gracia…
e gli edifici romani? imperiali che mettono in evidenza la supremazia di roma rispetto alle altre civilta, un po come l’architettura dei grattacieli….
tutta l’architettura che studiamo dall’egitto ad oggi si discosta dalla scala umana, fino monsieur lecorbusier, loos e i razionalisti che iniziano a realizzare architetture a misura d’uomo…
penso che sia oggi come ieri esistono ancora delle architetture che danno emozioni, che non sono solo immagine, anche se sicuramente ci vorra del tempo perche le vere architetture si mettano in evidenza rispetto a quelle che sono solo gazzosa e che una volta finita l’effervescenza perdono tutto il sapore.
P.S. McDonald fa schiffo! ed oltre ad essere cattivo, se consumato frequentemente fa male alla salute.
Io non ho mai difeso l’architettura del passato. Allora come oggi si trattava di rappresentare qualcosa, una certa parte dell’uomo che secondo il potere era quella che più di tutte lo rappresentava (bellezza greca, religiosità ecc.)
Al di là della validità di quelle architetture, attento a non farne un discorso di scala. “A misura d’uomo” non vuol dire soffitti di 2,70
L’Architettura ha sempre in sè una carica ideologica.
Sempre.
E’ proprio una cosa imprescindibile credo.
Lo dice spesso anche il nostro esimio professor Vitale, della Bovisa che l’Architettura ha in sè sempre un contenuto ideologico.
Io penso che ce l’abbia, ma che venga impresso (o che si spera venga impresso, e successivamente mostrato nella materia della realizzazione) dal progettista, dall’architetto, da chi l’ha ideato insomma.
Penso fortemente che bisogna far molta attenzione su sto punto qua. Ossia: e se io progetto una cosa che poi nella realtà fisica e MATERIALE - TRADISCE ciò che io volevo?
O le mie aspettative.
Qualcuno sopra cita le Cattedrali Gotiche, o Rinascimentali e così via. Esempi di grandezza e di eccezionalità dell’operato umano.
Ma qual’è la verità dell’Abbazia di Cluny in Francia? o sul Pont du Gard?
E’ quella di D.Watkin o di L.Patetta? o di W. Curtis?
Dite voi.
Io personalmente sostengo che nessuna è verità assoluta. La verità assoluta io penso vivamente che esista, ma che sia inenarrabile, poichè risiede essa stessa nella materia, e nelle Sue forme.
Nel Materialismo sostanzialmente. Nulla è raccontabile come assoluta verità, e nemmeno dall’architetto stesso che ne è l’artefice. Si tradirebbe anch’egli stesso.
Niente contro gli storici, anche se personalmente non li ritengo architetti con la ‘A’ maiuscola.
Presto vorrei parlare del tema ‘abitabilità’.
Ciao.
db
ciao,
volevo solo commentare le foto,
nel primo gruppo sono praticamente tutti grattacieli o macrostrutture, molte delle quali fatte in acciaio e vetro, mentre nel secondo gruppo ci sono edifici per lo più bassi (case unifamiliari, piccoli complessi, padiglioni, ecc.) fatti in cemento e rivestiti in pietra.
ho pensato che forse più che riflettere un determinato stile o approccio alla disciplina, i due gruppi riguardano sostanzialemente edifici diversi e difficilmente paragonabili.
naturalmente ho estremizzato, ma nelle discussioni aggiungerei anche questo tema.
ciao e complimenti per il blog