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Università

Cercasi studenti con qualcosa da dire

Gli studenti fondatori di Bovisiani sono vicini alla laurea, ci sono ancora molte cose da dire sull’identità dei Bovisiani, soprattutto perchè la nostra è una facoltà giovane.

Come in tutte le realtà che funzionano è necessario un ricambio generazionale se si vuole continuare quello che è stato iniziato, perciò invitiamo tutti gli studenti della Facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano a proporsi per dire la propria sull’architettura in questo modesto spazio libero.

Fatevi coraggio e scrivete a: bovisiani[at]studentipolitecnico.it
Grazie.

Università

Il nostro saluto al prof. Rebuscini

E’ mancato improvvisamente il prof. Felice Rebuscini, io sapevo della malattia ma non credevo fosse così grave. Me lo ricorderò sempre intransigente a revisione, nei corridoi della facoltà a discutere con Introini e Perrotta, col Clenio a parlare di Milan e Brasile…ci sarebbe molto altro da dire…invito i suoi ex-studenti a salutarlo con un commento.
Un saluto sincero al prof. Rebuscini.

Architettura, Mostre

A Torino è passato il Piano

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Passare un weekend a Torino aiuta a rendersi conto che esistono città molto più vivibili di Milano, ma voi direte: ci vuole poco. Sarebbe quindi interessante, in questo periodo di interventi di riqualificazione milanese, capire come venga affrontato un tema simile in una città del nord molto vicina.

Capita quindi a pennello la mostra a Palazzo Madama (www.palazzomadamatorino.it) sui progetti del concorso per la Spina 2, l’area liberata in centro dall’interramento della ferrovia.

Il concorso a Torino l’ha vinto Renzo Piano che ha battuto Libeskind, al contrario di quanto successo a Milano.
E a mio avviso anche in questo caso si vede quanto il progetto di Piano sia più attento dei formalismi di Libeskind e di altri colleghi, ma queste sono opinioni personali. Vi lascio quindi alle foto della mostra che a mio avviso parlano da sole.

Renzo Piano

Il plastico col progetto vincitore

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MVRDV

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Dominique Perrault

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Estudio Lamela

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Hiroshi Hara

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Daniel Libeskind

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Architettura, Opinioni personali, Politica, Milano

Un Piano per Milano

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Finalmente cresce l’attenzione sulle riqualificazioni urbane milanesi.

Il programma Report (Rai 3) ha realizzato un’inchiesta, andata in onda Domenica scorsa (link alla puntata), sui progetti che sono stati approvati per le aree Garibaldi e Fiera.

Il quadro è abbastanza desolante, ci si presenta una città totalmente in preda alla speculazione privata e assolutamente incapace di pianificare il proprio sviluppo e di risolvere il problema maggiore, quello del traffico, che invece viene peggiorato.

Un piano per una città metropolitana, come è di fatto Milano, dovrebbe prevedere la creazione di insediamenti terziari all’esterno della città anzichè all’interno. Le aree libere interne alla città dovrebbero essere destinate al pubblico non ai privati. Non è stato ancora fatto un piano serio di sviluppo per il trasporto pubblico, anzi si pensa ancora a realizzare parcheggi, deturpando il verde, invece di eliminarli.

L’esempio che ci sembra più chiaro per evidenziare questa situazione è quello che ha visto vincere il progetto CityLife nell’area ex-fiera sulla base di un criterio puramente economico senza valutare ricadute negative sul contesto e sulla cittadinanza. Secondo il giornalista, e anche secondo noi, il progetto che meglio avrebbe risolto l’area è quello di Renzo Piano, che prevedeva meno cubatura e restituiva ai milanesi la zona della fiera.

Milano avrebbe bisogno di un progetto unitario di costruzione che certamente i singoli interventi dei privati non potranno mai ottenere, ma probabilmente il primo passo da affrontare è quello di riconoscere Milano come città metropolitana che si estende da Varese a Bergamo e non dalla Bovisa a Lambrate.

Università, Conferenze

Lezioni americane

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Martedì c’è stata una conferenza-lezione introdotta dal prof. Patetta di James Ackerman storico dell’architettura americano.

Ackerman non lo conoscevo, non ci è stato granchè pubblicizzato ma è stato interessante sentire, noi italiani, la storia dalla bocca di un americano, che tra l’altro parla discretamente la nostra lingua.

Brevemente: Ackerman ha tenuto una lezione in parte autobiografica, ha parlato del Cortile del Belvedere sul quale ha fatto diversi studi, non tanto sul risultato finale, ma sui progetti di studio. Ha sottolineato l’importanza dell’osservazione delle opere per farne una critica personale e non basarsi unicamente su quello che si legge/ci viene insegnato.
Ha sottolineato, come spesso fanno alcuni nostri prof, la perdita progressiva da parte degli studenti dell’esperienza tattile che si compie col disegno a mano ormai soppiantato dal CAD.
Ci ha mostrato alcune sue considerazioni sul rapporto tra l’architettura orientale e quella occidentale, confronto che noi non facciamo mai e che meriterebbe di essere approfondito.

In conclusione vorrei evidenziare ciò che ha fatto notare Patetta, ovvero la differenza fra una lezione di storia tenuta da un prof americano e quelle più accademiche dei prof italiani, le prime sicuramente più ricche di critica e discussione, le seconde, aggiungo io, di certezze.

James Sloss Ackerman, uno dei maggiori storici dell’arte e dell’architettura, è nato a San Francisco nel 1919. Ha insegnato a Berkeley e poi ad Harvard fino al 1990. Durante la seconda guerra mondiale Ackerman ha prestato servizio nell’Esercito Americano, in Italia, dove ha potuto approfondire la conoscenza del Rinascimento italiano di cui diventerà uno dei maggiori esperti. I suoi libri sono considerati fondamentali nel loro genere, per rigore e metodo: la monografia di architettura, la biografia di un artista, lo studio di una particolare tipologia architettonica. Alla prima categoria appartiene The Cortile del Belvedere del 1954. Alla seconda i fondamentali lavori degli anni sessanta sull’architettura di Michelangelo e su Palladio. Alla terza, The Villa: Form and Ideology of Country Houses del 1990. Qui Ackerman analizza i caratteri comuni e gli elementi specifici di questo tipo di edificio, dalla villa romana alla “Casa sulla Cascata” di Wright,. Alla grande varietà di forme che la villa ha via via assunto, corrisponde l’impressione che l’ideologia ad essa sottesa sia rimasta sostanzialmente immutata dalle origini ad oggi. Accanto a questa produzione “maggiore”, centinaia saggi sulla storia dell’architettura del Rinascimento, studi sui rapporti tra arte e scienza, sui fondamenti intellettuali, morali e sociali dell’insegnamento. (dal premio Balzan)

Università, Architettura

A.R.

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Nel settembre di 10 anni fa moriva Aldo Rossi, un pezzo di storia dell’architettura italiana, un pezzo importante (anzi più di uno) del puzzle che compone l’identità della nostra facoltà.

Alla scuola di Rossi sono cresciuti molti dei nostri professori, probabilmente tanti sono rimasti incastrati nelle sue idee più forti e non ne hanno percepito la complessità, soprattutto quella delle ultime opere, altri ne hanno rinnegato le forme.

AR è una figura che va studiata proprio perchè controversa.

Dedica alle nuove matricole settembrine: Sono il primo a dire che i primi anni ero spaventato dalle architetture di Rossi, ma con il tempo, non necessariamente grazie alla plasmatura ideologica attuata dai prof suoi discepoli, ho imparato a scorgere nei suoi lavori tutto quello che la forma ad un primo sguardo copre.

Rossi è stato un architetto a tutto tondo: dipingeva, insegnava, scriveva, faceva politica, progettava, costruiva (l’ultima, la più importante).

Da wikipedia:

“Ha studiato architettura al Politecnico di Milano, dove si è laureato nel 1959.

Nel 1966 ha pubblicato il suo primo libro L’architettura della città, presto divenuto un classico della letteratura architettonica. La sua attività professionale, inizialmente dedicata prevalentemente alla teoria architettonica e a piccoli interventi edilizi compie un salto di qualità quando Carlo Aymonino gli fa realizzare parte del del complesso “Monte Amiata” nel quartiere Gallaratese a Milano.

Ha vinto il Premio Pritzker nel 1990.

Ha insegnato al Politecnico di Milano, all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, al Politecnico Federale di Zurigo e alla Cooper Union di New York.

Il lavoro di Aldo Rossi rappresenta un superamento delle metodologie del Movimento Moderno, appartenendo inizialmente alla corrente architettonica del Neoliberty, prima reazione al razionalismo con richiami più o meno espliciti all’Art Nouveau. Succesivamente è approdato, al Post-Modern nel variato panorama Italiano di questo movimento, che in lui ha assunto una rigorosità esemplare, che taluni hanno definito Neo-Novecento.

È morto a Milano nel 1997 in seguito ad un incidente stradale.

Rossi fu uno dei piú grande rinnovatori ideologici e plastici dell’architettura contemporanea, con la sua poesia metafisica ed il culto che professó nella stessa misura verso la geometría e la memoria.”

Università, Conferenze

La settimana orientale

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Questa settimana di giugno, che vede la fine delle lezioni e gli esami alle porte, vi invitiamo a non perdere un ciclo di lezioni aperte sull’architettura orientale tenuto da un professore che vive e lavora in Cina.

Università, Conferenze

Il ritorno di Piano

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Mattinata calda al campus Bovisa del Politecnico di Milano ieri, calda in tutti i sensi. E’ finalmente tornato al Poli Renzo Piano, dopo un’assenza troppo lunga, quarant’anni.

Nel cuore del campus siamo in tanti ad aspettarlo; gli avevano detto che avrebbe incontrato qualche studente ma al suo arrivo si troverà in un bagno di folla e di applausi.

E dal clima d’attesa traspare l’aria di novità che gli studenti sanno di poter trovare nelle parole del rappresentante dell’architettura italiana nel mondo possa portare all’interno del Politecnico, dove il dibattito architettonico ha le sue regole e la sua storia. E Piano non delude le aspettative.

Ascoltandolo scopriamo che forse è proprio l’idea di una architettura italiana che è superata. Per l’architettura non ci sono più confini nazionali. L’architettura di Piano e la nostra futura, è un’architettura che gli americani ora chiamano “european”. E infatti ci suggerisce: “Viaggiate, andate alla scoperta del resto del mondo, non abbiate paura di lasciare casa vostra, si può sempre tornare, io torno spesso”.

Ascoltando Piano traspare una visione dell’università diversa dallo stereotipo della maggior parte degli studenti. In facoltà, il fuori sede di Genova, ci andava di sera, a dormire. Di giorno invece a lavorare, sodo, a bottega nello studio di Albini. Quindi a lezione quasi mai e di sera ad “occupare” l’università.

Difficile per noi pensare che si possa imparare senza andare a lezione, quasi un controsenso.

Alla domanda di uno studente (accolta con malumore da una parte degli spettatori) sul rapporto architettura-politica, Piano spiazza un po’ la folla. Ha una visione positiva della politica. Fare il politico è uno dei mestieri più belli del mondo. “Non dimentichiamoci che Politica deriva da Polis: città”.

L’architetto non è solo un architetto è spesso più di una cosa al giorno: gli capita di essere alle nove costruttore, alle dieci sociologo, alle undici poeta (ma per un quarto d’ora) e a mezzogiorno torna ad essere costruttore.

Non poteva mancare lo schizzo da Archistar (non diteglielo, non si ritiene tale), che il successivo starnuto isterico di flash ha bloccato alla vista degli astanti. Ma si narra che la penna del maestro abbia tratteggiato i contorni di una tensostruttura a copertura di parte del parco che ospitava l’evento.

Un progetto gradito subito con entusiasmo dalla massa di studenti in cottura sotto il sole.

Il clima si fa ancora più caldo quando l’architetto spiega la propria avversità verso i docenti troppo accademici: cattivo esempio per gli studenti, perché l’accademico si ferma alle prime fasi del progetto e non ne indaga ogni aspetto, non lo porta fino in fondo, fino a renderlo vero.

Il consenso maggiore arriva quando Renzo Piano evidenzia la carenza, tutta italiana, di bandi concorso per la realizzazione delle opere nel territorio. Lui che deve la sua fama al famoso Centre Pompidou di Parigi, incarico ottenuto appunto attraverso un concorso internazionale.

Ci troveremo anche noi, studenti italiani di architettura, e soprattutto milanesi del Politecnico, un giorno a guardare i nostri progetti dal basso verso l’alto come Renzo Piano nelle foto per la mostra sulle sue opere alla Triennale di Milano in questi giorni?

Forse un modo c’è: speriamo, ora che si è rotto un tabù, che Piano venga più spesso a trovare gli studenti di quella che è stata la sua università. Anzi la speranza e l’augurio mio e di altri è di ritrovarlo a breve dietro la cattedra a fare revisione ai nostri progetti.

Conferenze

Effetto de Moura

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Le conferenze in Bovisa non mancano per fortuna, questo va riconosciuto. Ma ieri è successo qualcosa di diverso, alla conferenza sono venuti anche gli studenti, ma non qualcuno, parecchi. Si è vista una cosa cui è raro assistere nella nostra facoltà (ditemelo se sbaglio), l’aula di questa conferenza era piena, piena da costringere oltre che gli studenti anche alcuni prof a sedersi a quota zero.

L’ospite era Eduardo Souto de Moura.

Inevitabile quindi pensare quanto l’architettura bovisiana debba a quella portoghese e spagnola. Molti prof hanno per maestri Tavora, Siza, de Moura, Moneo. Il fatto è stato anche sancito dalla prefazione del preside Monestiroli che ha sottolineato quanto la scuola milanese sia legata a quella portoghese, durante la quale ha anche invitato de Moura a parlare dei suoi rapporti con Milano, senza però purtroppo un riscontro sul tema da parte dell’architetto una volta presa parola. Quindi è certo che ai milanesi interessano le opere dei portoghesi ma non il contrario.

Interessante la paura di de Moura verso il tema della finestra che l’ha da sempre portato a risolvere la questione con scappatoie di comodo. La finestra è uno dei temi che caratterizza le opere di Grassi (la bucatura) e quelle di Rossi (la finestra quadrata, la croce, l’architrave a putrella), e qui Milano e Porto sono parecchio lontani a parer mio.

De Moura parla poi di uno dei suoi maestri, Mies e ne sottolinea la marcata contraddizione dell’operato e, parole sue, la studia per cercare di risolvere la contraddizione delle proprie opere. Mi viene in mente il grattacielo con la struttura a controventi nascosta da un sistema di finestre sfalsate che de Moura ci mostra durante la conferenza e anche in questo caso si sentono i duemila (?) chilomentri di distanza fra Porto e Bovisa.

Si chiude in bellezza, parlando del moderno, di Corbu e Co., De Moura ne apprezza il formalismo, ma non le basi teoriche…

…segue qualche tonfo in sala…

sicuramente non ho capito bene io,
viva la contraddizione

Università

La fantasia repressa

Al terzo anno ai Bovisiani accade una cosa singolare, devono frequentare il laboratorio di Urbanistica. Un mondo nuovo.

All’inizio strabuzzano gli occhi, non credono a ciò che vedono. Le prime immagini proiettate a lezione, le tavole, le forme, non sono… ma è impossibile… non ci credo…non sono regolari. Dove sono il bianco e nero, i cubi, le stecche, i pettini, i cartigli, le assonometrie?

Inizia così il cammino alla ricerca della fantasia perduta, rimasta da qualche anno relegata nei meandri più oscuri e polverosi del cervello.

Ed esplode la fantasia repressa, le prime tavole tavole sono un trionfo di casualità, pacchianeria, colore; le forme rappresentate sono le più scultoree, gheriane, koolhaassiane, fuksassiane. La fantasia repressa genera una reazione spasmodica ed incontrollata lontana anni luce dalla purezza del primo rossianesimo dell’eterno grassianesimo.

Ora la soluzione più semplice, ma tristemente impossibile, è trovare dei cultori della materia e dei professori di progettazione (si l’ordine è questo) che si mettano in discussione, o meglio che rivedano periodicamente le loro ideologie architettoniche e non siano così cocciuti sulle forme del’architettura, ma ampliino i loro orizzonti costantemente.

Poi se uno trova la sua idea di architettura come ha fatto grassi Grassi negli anni settanta beato lui, lo invidio, è sicuro di se e fa bene perchè le sue architetture funzionano e sono in tanti a dirlo. Ma se non sei nessuno prova a capire perchè e rivedi le tue ideologie, magari sono quelle di un altro e che tra l’altro non hai capito fino in fondo… meditino i prof e gli assistenti.

La fantasia repressa è un brutto male per gli studenti e va affrondata, io credo, in primis dagli insegnanti. Nei lab di progettazione manca la ricerca mentre abbonda la storia (spesso trapassata remota). Mancano i prof che si mettono in discussione. Che imparano con gli studenti. Perchè l’architettura non è una scienza, non c’è una verità assoluta, i tempi cambiano.

Laureandi bovisiani difendete le vostre idee, usate la fantasia anche nei lab di progettazione, non solo in quelli di urbanistica, non realizzate architetture che piacciono solo ai prof perchè una volta usciti dalla periferica Bovisa la vostra fantasia repressa probabilmente esploderà in un bigbang di scarsa qualità.

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