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Università

Anno Accademico 07/08

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Oggi inaugurazione dell’anno accademico: evento che gli studenti forse non amano troppo, forse perchè preferiscono stare a casa e dormire un po’ di più approfittando della sospensione delle lezioni.

Sta di fatto che è sempre un momento interessante, intanto perché è una delle poche volte in cui si sente parlare il preside su come va la scuola e come andrà (un modo semplice per evitare sorprese) e poi perché c’è la prolusione di un docente, che solitamente esce dai soliti canoni della lezione, per il tema, si intende. E poi quest’anno, novità, anche uno
studente ha fatto “lezione”. Una giornata diversa dal solito, una possibilità, come ne capitano poche in università.

Il preside ha spiegato cosa succederà con il passaggio alla legge 270 alla nostra facoltà: in sostanza per noi cambieranno più i principi ispiratori che il percorso scolastico, sarà un’università più per gli studenti, anche perché finalmente una riforma dà valore alla laurea triennale, cioè non la considera più “qualcosa in meno”, semmai considera la
specializzazione “qualcosa in più”.
E poi finalmente si metteranno in competizione le università, tramite un sistema di valutazione “inter pares”, in modo da cercare finalmente di capire chi lavora seriamente e chi no, quindi chi merita finanziamenti e chi no. Ed anche per poter avere percorsi culturali effettivamente diversi e non 25 facoltà-cloni.

Macchi Cassia ha fatto la prolusione, una lezione sul valore del vuoto negli spazi urbani. Un “materiale” urbanistico a tutti gli effetti, ma troppo spesso considerato spazio di risulta tra i “pieni”, e invece da rivalutare. Gli spazi aperti sono da sempre grande occasione per dimostrare il livello culturale di una società, per contribuire alla costruzione di uno stato
sociale, per valorizzare i pieni.
Ma ha anche evidenziato la necessità di ricominciare a pensare le città in modo unitario, complessivo, anche se da un punto di vista diverso, perché sarebbe assurdo credere di poter avere ancora un polo centrale, com’era Milano, e dei satelliti intorno; molto più efficace sarebbe pensare ad una rete, un sistema di nodi con pari importanza tutti
interconnessi tra loro.

E infine c’è stato il discorso dello studente, titolo: “Il percorso di formazione dell’architetto”. Forse un po’ duro da afferrare al primo ascolto, un po’ poco discorso e un po’ più saggio di quelli da pensarci su bene. Ma se l’è cavata egregiamente. Unico appunto una nota anti-relativistica che non ha raccolto apprezzamenti né dal pubblico, né dai professori (né da me). Ma faccio presente che c’è stato un concorso con selezione, nessuna nomina dall’alto.

Ho captato una conversazione di due ragazzi che non sapevano nemmeno che cosa succedesse oggi e, una volta scoperto hanno deciso di tornarsene a casa, neanche lo sforzo del viaggio appena fatto li ha trattenuti…

Università, Architettura

Ci siamo persi la ricerca

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Pare che ultimamente la ricerca ad uso degli studenti sia un po’ latitante. Mi spiego: essendo la nostra scuola organizzata in laboratori, all’interno di questi gli studenti dovrebbero essere messi in condizione di imparare a progettare sperimentando, ricercando, ragionando in avanti sull’aspetto funzionale dell’architettura e anche sulle sue forme, sulle tipologie, forme storiche e della necessità, che, a quanto pare, stanno alla base dell’architettura che dovremmo imparare a fare.
Esempio: in quanti laboratori si riflette su cosa sia la tipologia abitativa che ci insegnano a progettare e cosa dovrebbe essere invece? E’ evidente che nell’abitazione le necessità sono cambiate, ma una proposta di progetto su una casa dotata, tanto per dirne una, di ambiente per il tele-lavoro, non l’ha avanzata nessuno. Rimangono solo le forme storiche.
Cosa deduco da ciò? Che siamo isolati, non dal dibattito sulla forma, ma quanto dalla società, la quale in qualche modo è sempre pronta ad accogliere le novità, spesso purtroppo anche quelle di basso profilo, e a renderle vincenti.
Ringraziando il prof. Lanzani per lo spunto.

Università, Architettura, Mostre

Gente di Milano

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Sento spesso parlare di funzione civile dell’architettura. Devo dire che è un concetto che mi ha sempre affascinato. In fin dei conti è quasi scontato: se l’architettura traduce in mattoni i gesti dell’essere umano, i suoi riti, le sue abitudini, i suoi modi di fare, è ovvio che l’architetto, dovendone stabilire la forma è anche colui che fornisce un’interpretazione di quei gesti, di quei riti, di quelle abitudini, di quei modi di fare, e, di conseguenza, li influenza fino anche a modificarli. Per questo l’architettura ha una funzione civile, tant’è che la facoltà di Bovisa si chiama Architettura Civile mentre quella di Leonardo Architettura e Società, diverso il taglio ma l’idea di fondo è quella.

Ma siamo sicuri che questa funzione-scopo che l’architettura ha sempre avuto sia ancora valida? Mi spiego, non dico che si debba riconoscere il fallimento dell’architettura sociale, quanto piuttosto il fallimento del sociale stesso.
È abbastanza evidente che ormai si viva nel mondo dell’individualismo spinto, è purtroppo un dato di fatto. E l’architettura, espressione, come già detto, delle necessità umane, segue naturalmente questa tendenza.

Mi chiedo: ma è giusto che sia così? Se la “società” contemporanea finora non ha creato delle nuove utopie, delle nuove immagini di sé, migliori di sé, e per questo da cercare di realizzare, perché non ci hanno provato gli architetti? Di certo non penso che l’architetto possa scatenare un rivoluzione con una sua opera, ma può essere in qualche modo influente.
Probabilmente tutto questo ha innescato un circolo vizioso: società bloccata – architettura bloccata – scuola bloccata e così via. Uno degli anelli della catena va rotto, va modificato, ed il più immediato, il più semplice da spezzare è certamente quello della scuola. Bisogna cominciare a cercare nuove vie, a smuovere il sedimento, o tutto resterà immobile per sempre, tutto fermo così com’è, del resto l’Italia intera è un paese bloccato, a volte mi sembra di stare in una novella di Joyce
Tutto il discorso naturalmente andrebbe esteso anche fuori dall’architettura, ogni arte ha del resto funzione sociale come ha delle responsabilità.

Università, Opinioni personali

La Libertà


Giorgio Gaber

(1972)

Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Vorrei essere libero come un uomo.

Come un uomo appena nato che ha di fronte solamente la natura
e cammina dentro un bosco con la gioia di inseguire un’avventura,
sempre libero e vitale, fa l’amore come fosse un animale,
incosciente come un uomo compiaciuto della propria libertà.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come un uomo che ha bisogno di spaziare con la propria fantasia
e che trova questo spazio solamente nella sua democrazia,
che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare
e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche avere un’opinione,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come l’uomo più evoluto che si innalza con la propria intelligenza
e che sfida la natura con la forza incontrastata della scienza,
con addosso l’entusiasmo di spaziare senza limiti nel cosmo
e convinto che la forza del pensiero sia la sola libertà.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche un gesto o un’invenzione,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

Non l’avrei pubblicata, mi sembrava banale.
Ore 17 e 30, affluenza ai seggi 9,7%…

Università, Architettura, Opinioni personali, Politica

Svegliaaaaaaaa!!!!!!!!!!!!!


Ecco fatto. Ti distrai un attimo ed è fatta. Cioè, un attimo, forse più di un attimo, forse l’attimo è durato un po’ troppo. Forse gli studenti non si sono proprio distratti, forse si sono proprio addormentati per un attimo che è durato diciamo almeno cinque anni, almeno.
Facciamo un riassuntino? Allora, da quando viene introdotto il 3+2 nel sistema universitario italiano, viene automaticamente a crearsi una nuova figura di laureato, cioè una nuova figura professionale, quella dell’architetto junior. Perfetto direi…chi non vuole o non riesce studiare per tutti e 5 gli anni necessari si laurea in 3, ed è pur sempre un architetto, certo, con meno mansioni e possibilità professionali di un architetto specializzato, ma iscritto regolarmente all’albo, ecc.
Ora uno pensa che tutto ciò sia fantastico perchè è un’opportunità in più che viene offerta allo studente, fatto salvo che in questa “opportunità” gli studenti ci stanno rimanendo ingabbiati.
Si perchè innanzitutto fatta la riforma nessuno ha poi pensato di stabilire quali siano le mansioni proprie dell’architetto junior, e nemmeno di incentivare l’assunzione di questo tipo di laureato che si è in pratica trasformato in una cavia: li buttiamo nel mondo del lavoo poi vediamo cosa succede… Poi c’è la questione della formazione, che è universalmente riconosciuta come inadeguata, infatti molti dei corsi da spalmare nell’arco dei 5 anni sono stati concentati in 3, sacrificandone altri e magari mettendoli in un ordine quasi casuale quanto dettato dalle necessità di tempo. Infine la questione che forse pesa di più: l’intervento dell’UE che sancisce l’effettiva totale inutilità della laurea breve italiana in architettura. “Eh già- avranno pensato a Bruxelles- com’è che in tutta Europa la laurea in architettura è un 4+2 e in Italia no? le scuole italiane sono davvero così valide?” la risposta purtroppo la conosciamo tutti…
Allora, ci ignora l’UE, ci ignora il governo, saremo aiutati dalla scuola pensa uno, cioè fateci prendere la nostra specialistica come possiamo e amen. E invece… tra blocchi numerici, N e V, test di ingresso ci si ritrova a doversi difendere con le unghie e con i denti per non ritrovarsi ad essere espulsi dall’università ritrovandosi con un titolo di studio di fatto inutile essendo noto a tutti che se non hai fatto la specialistica è perchè non sei stato considerato all’altezza……ma chiedere di essere tutelati è chiedere troppo?

RAGAZZI, MARTEDI POMERIGGIO CI SARÁ UN’ASSEMBLEA IN CUI GLI STUDENTI SI CONFRONTERANNO COL PRESIDE SU QUESTI TEMI FONDAMENTALI, É IMPORTANTE CHE SI PARTECIPI IN TANTI. CERCHIAMO DI NON FARE CAPIRE CHE HANNO RAGIONE LORO A CREDERE CHE SE LE COSE STANNO COSÍ É PERCHÉ A NOI VA ANCHE BENE!!!!

Università

Volere Votare

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Attenzione!!! Come già anticipato il 23 e 24 maggio ci saranno le elezioni per la nomina dei nuovi rappresentanti degli studenti in tutti gli organi accademici.

E’ logico che ci aspettiamo da parte degli studenti Bovisiani una massiccia affluenza alle urne…se non altro maggiore del misero 8% realizzato alle scorse votazioni. Quindi, se qualcuno ci tiene a dimostrare che il nostro polo Bovisa non subisce passivamente quello che arriva dall’Alto, vi invito, ad andare a votare, voglio dire che uno scarso 80% di affluenza potrebbe bastare…

E allora mi raccomando…(se pensate che sotto minaccia andreste a votare con più lena, prendete questo post come una minaccia, se altrimenti deciderete di non votare comunque…beh vi consiglio di chiudervi in casa e di non uscire per i prossimi 100 anni)

E ricordatevi che IMPEGNARSI SERVE!!!!!!!!

Architettura, Opinioni personali, Mondo

Vintage

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Vorrei trattare in breve un argomento che non riguarda solamente l’architettura, ma la situazione culturale in generale ed anche la moda.

Ho sentito poco tempo fa un’osservazione fatta da un critico che parlava di moda, non mi ricordo chi, né quando, il quale faceva notare come gli stilisti attualmente non stiano più creando sogni, cioè non stiano più realizzando i magnifici abiti che alle sfilate di qualche decennio fa facevano volare l’immaginazione della gente, specialmente quella di chi quegli abiti non se li poteva permettere. Anzi, si lamentava l’ignoto critico, con cui peraltro, seppure da profano, concordo, la moda di adesso è quella degli anni sessanta-settanta, cioè è roba vecchia, già vista, sono le cose che facevano sognare quarant’anni fa.

C’è da chiedersi bene il perchè di ciò che accade. Non credo che sia, come accade a volte, una rivisitazione critica del passato, operazione che la moda a volte compie, come l’arte in generale, per generare nuove correnti e creare gli scenari futuri. No, si rispolverano e si riutilizzano direttamente gli abiti dei divi e delle dive degli anni ‘60 solo spolverandoli, presi così come erano stati messi nell’armadio.

Di solito, quando ci si rivolge al passato, riaccendendo vecchie nostalgie e ricordando i bei tempi andati è il momento in cui meno si vede il futuro, si ha meno fiducia in ciò che succederà perchè non si apprezza il presente e non si è ottimisti verso ciò che potrà succedere. E ci si ritrova in momenti di immobilità, di ristagno intellettuale, in cui tutto è destinato a rimanere com’è.

Si dice sempre che l’architettura arrivi sempre prima alle questioni, e probabilmente anche in questo caso è vero, visto che c’è una corrente architettonica che sta recuperando ciò che è stato fatto, detto, scritto negli anni ‘60, e ce n’è un’altra che si crede innovatrice che invece è ferma agli anni ‘80.

Al di là del fatto che l’architettura comunque ne soffra di più, pare che la crisi culturale in Italia sia un po’ più diffusa.

Conferenze

Il muro pieno

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Oggi si è tenuta l’annunciata conferenza di Giorgio Grassi sugli anni ‘60 e ‘70.

Ammetto di essere stato piacevolmente sorpreso, sotto tutti i punti di vista. Innanzitutto perchè, dato anche il tenore medio delle conferenze precedenti, il pomeriggio non si preannunciava particolarmente vispo o trascinante, ed invece già sotto questo punto di vista mi sono dovuto immediatamente ricredere. Poi perchè il personaggio Grassi è visto sempre (dagli studenti almeno) con una certa diffidenza, forse per il fatto che, come dice lui stesso, le sue architetture fondamentalmente sono sempre le stesse, e questo predispone male chi non conosce. Ma anche su questo punto mi sono infine ricreduto.

Intanto, come già accennato, la conferenza per la prima volta si è rivelata veramente interessante: per la prima volta in assoluto forse dall’inizio del ciclo di conferenze si è effettivamente parlato di arhitettura, quella di cui uno studente ha bisogno per farsi delle idee.

I punti su cui si è soffermato non sono stati molti, ma essenziali. “L’architettura è un lavoro, e il lavoro è responsabilità, intelligenza, passione” e “bisogna cercare di avere passione nel lavoro, non inteso come edificio finito, ma come pensare e comporre l’architettura”. Ecco, in quattro parole le motivazioni di Grassi, uno che è nei discorsi come nell’architettura, essenziale, asciutto, privo di fronzoli.

Naturalmente non si ferma qui: segue la questione della forma. “Bisogna cercare un motivo per lavorare felicemente attorno ad una forma difficile, il progetto si può fare in una forma qualsiasi e senza intaccare il risultato” dice, si, ma la sua scelta non è certo semplice, anzi il motivo della sua architettura sempre uguale è dovuto, dice, ad una sua tendenza personale ad essere indiponibile ad usare linguaggi di cui non era né convinto, né padrone.

Il linguaggio, altra importante questione formale. Deve essere soprattutto vero, diretto, sperimentato e banale, che non imponga di entrarare in compromessi con il gusto personale. E’ quindi un linguaggio ottenuto per esclusioni, più che per assunzioni successive di elementi. Ecco da dove nasce la sua “perversione” per il muro pieno.

Il problema della decorazione non lo affronta neppure, anzi, lo indica solamente, c’è, ma lo fa sembrare artificioso, quindi inutile. Infine la forma possibile di un progetto è unica, ed il progetto deve maturare sempre più fino al punto di raggiungerla, senza alternative.
Ma al di là delle questioni formali, Grassi ha lanciato alcuni messaggi forti, quasi con distacco, o addirittura cinismo, ma ben precisi. Naturalmente io, da studente, ho raccolto prevalentemente quello rivolto alla mia categoria. Ai tempi della sua formazione, ha raccontato, gli studenti di architettura pagavano le tasse di un anno intero per andare alle sole lezioni del sabato di Ernesto Rogers. Questo per affermare che, anche adesso, non esistono buone scuole di architettura, ma esistono buoni professori, che attirano gli studenti. E quindi, ha concluso, sta allo studente, non deve farsi formare, ma deve formarsi, deve essere attivo nella propria formazione.

Perchè mi ha entusiasmato così tanto la conferenza? Perchè finalmente si è parlato di architettura senza autocelebrazioni, anzi, c’è stato subito un chiarimento: “non ho avuto moltissimi amici tra i miei colleghi”, che si stesse riferendo a qualcuno che invece di raccontare la propria opera ha inutilmente sciorinato l’elenco delle sue numerose conoscenze?

Beh in ogni caso qualche idea mi si è schiarita…

Mostre

L’uomo del rinascimento

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Da oggi 11 marzo apre a Firenze una mostra tutta dedicata ad uno degli architetti che hanno dato vita al rinascimento, Leon Battista Alberti.

La mostra, allestita a palazzo Strozzi fino al 26 luglio, ospita la bellezza di 160 opere, non solo dell’Alberti stesso ma anche degli innumerevoli artisti che da lui hanno tratto ispirazione e che ne hanno portato avanti le teorie artistico-filosofiche, tra cui Donatello, Filarete, Verrocchio, Botticelli.

Se qualcuno si trovasse a passare da Firenze, o se avesse voglia di farsi un viaggetto sicuramente molto istruttivo e non sapesse dove andare, vi consigliamo di farci un saltino anche perchè a giudicare da quel poco che si vede sul sito c’è sicuramente da perdercisi dentro (tra l’altro è un motivo in più per vedere palazzo Strozzi).

Inoltre la mostra può essere integrata con gli innumerevoli itinerari albertiani e/o rinascimentali che propone la città di Firenze…

Architettura

Lección Española

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Oggi vi segnaliamo il progetto di un architetto non molto noto, almeno a noi che ci limitiamo per ora a conoscere autori che si studiano sui libri di storia o al massimo pubblicati sulle riviste patinate ed appartenenti allo “star system”.
Si tratta di Francisco Mangado, architetto spagnolo (qui la sua biografia e le sue opere).

Poiché nella nostra scuola gli architetti spagnoli non sono per niente disprezzati, ci sembra giusto documentarci anche sui meno quotati. Anche perchè, ormai sono tutti d’accordo nell’affermarlo, la Spagna rappresenta ormai il motore trainante per l’architettura mondiale, e noi, giovani architetti in cerca di personalità non possiamo fare a meno, se non altro, di capire bene cosa accade.

Ecco allora il progetto dell’auditorium palazzo per congressi di Navarra (commento in spagnolo purtroppo), una delle sue ultime realizzazioni. Ve lo presentiamo anche perchè ci sembra in linea con gli insegnamenti e con l’identità della nostra scuola.

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