Archive for the 'Architettura' Category

Architettura, Bovisa

Il principe è nudo. Rem Koolhaas a Bovisa

Il masterplan di Koolhaas a Bovisa

di Giancarlo Consonni

Ormai su periodici, magazine e quotidiani l’architettura si affianca sempre più alla moda, al glamour, al gossip. È quella la vetrina dove i cittadini possono venire a sapere di importanti trasformazioni del contesto in cui vivono. Non perché interessi il loro parere. I media li relegano al ruolo di spettatori impotenti (semmai immaginati nell’atto di emettere esclamazioni di meraviglia).

I politici? Da quelli dell’opposizione (di qualunque colore): silenzio. Non è materia che li riguardi, che abbia attinenza con la politica. Per quelli che hanno le redini del potere, le fantasmagoriche restituzioni virtuali sono l’incenso con cui si avvolgono: il sostituto di ogni discorso, di ogni giustificazione. Non solo la comunicazione, ma il mezzo a cui essa si affida è tutto (di nuovo McLuhan): dietro non c’è niente. Non un pensiero, un’argomentazione. Non un logos che possa essere oggetto di discussione nella polis. Così l’attacco si svolge su due piani: la città reale e la città ideale (nel senso non dell’utopia ma della civitas definita dalla convivenza civile e dalla condivisione delle ragioni su cui si fonda). Un punto su cui le restituzioni virtuali lavorano è l’immaginario. Che viene destrutturato e sganciato dalle ragioni civili. È anche così che si distrugge la città.
Esemplare è il lavoro svolto da una pubblicistica storicamente e formalmente attribuita a un’area di centro-sinistra e che in passato ha svolto un ruolo importante sul piano della difesa/costruzione di un cultura civile. Si pensi al lavoro di Antonio Cederna. Sì: sto parlando dell’«Espresso» e anche di «Repubblica», dove accanto all’ottimo lavoro svolto da un Francesco Erbani, troviamo il dilagare di maître à penser che hanno dirette responsabilità nella distruzione della città. O dove alcune star internazionali dell’architettura hanno un lasciapassare assicurato, avvalorato da giornalisti che si sono eletti a loro alfieri/maggiordomi. Per non dire delle pagine locali di «Repubblica», dove, come anche sul «Corriere della Sera», alcuni servizi su complessi edilizi in programma si presentano in tutto e per tutto come pagine pubblicitarie a pagamento: una prosecuzione della pubblicità immobiliare.

Tra gli effetti di trascinamento di questo caravanserraglio è l’automatica promozione di alcuni architetti di grido al ruolo di esperti in pianificazione urbanistica e disegno urbano. Ambiti su cui tali architetti non hanno alcuna preparazione, né alcuna esperienza che giustifichi l’affidamento di compiti di tale importanza. Chi glieli affida? Hanno incominciato gli immobiliaristi con il pieno avvallo degli amministratori pubblici, e ora li seguono su questa strada gli stessi amministratori in prima persona. La cosa è stranota: l’archistar è il grimaldello per ottenere l’innalzamento degli indici di edificabilità. L’amministratore pubblico li concede in cambio del fatto che acquisisce, o pensa di acquisire, uno scudo che lo mette al riparo da ogni genere di critica. Ogni discussione viene così tranciata di netto: chi osa muovere obiezioni si trova davanti un fuoco di sbarramento: «Chi è questo Carneade che osa schierarsi contro progetti che portano firme tanto prestigiose?». E via di questo passo. L’impreparazione degli amministratori e dei tecnici comunali fa il resto, finendo per trascinare nel vortice ammirazione/ignoranza larghe componenti dell’opinione pubblica: settori della società che via via si convincono che sulle trasformazioni territoriali e urbane non hanno voce in capitolo, perché non avrebbero la competenza. Mentre il problema primo di un amministratore pubblico sarebbe l’opposto: porsi come tramite fra competenze tecniche e competenze civili. Il vortice si trasforma così in tritacarne: le cosiddette competenze tecniche fanno a pezzi le competenze civili, ovvero quella materia - ciò che fa città - in cui tutti siamo esperti in quanto cittadini.

Queste le considerazioni suggerite da uno degli ultimi botti del fitto bombardamento mediatico: l’articolo Cantiere aperto Milano apparso su «L’espresso» del 23 ottobre 2008 a firma di Enrico Arosio.
Al centro dell’articolo è il progetto di Rem Koolhaas per l’area dei gasometri nel quartiere milanese della Bovisa. Il termine progetto è in questo caso un eufemismo. Si tratta più propriamente del divertissement di un individuo che evidentemente non ha giocato abbastanza da piccolo. Butta sull’area, a manciate, dei pezzi presi da una scatola di giochi d’infanzia e dopo averne cavato un assemblaggio che gli pare abbastanza stravagante da sorprendere gli allocchi, mette la sua firma sotto questo affastellamento, lo chiama masterplan e lo manda, con relativa parcella, al committente diretto. Ovvero a EuroMilano. Che qui, in termini di potere, avrebbe tutte le prerogative del principe. Come le avrebbero i suoi interlocutori primi: il Sindaco di Milano e il Rettore del Politecnico, il quale rappresenta un ente che in questo caso è il maggiore destinatario dell’intervento di recupero.

Principi? Sì: principi. Solo che nel quattro-cinquecento i principi avevano in generale buon gusto e ci tenevano a rispecchiarsi nelle opere. Ma si dirà: «Anche il “masterplan” di Koolhaas riflette qualcosa». Vero. È uno specchio che la dice lunga sulla impreparazione e il cattivo gusto dei moderni principi. I quali tra i gasometri della Bovisa, a dispetto dell’archistar usata come foglia di fico, appaiono in tutta la loro non entusiasmante nudità.

Università, Architettura, Mondo

Il nuovo stile internazionale

Collage di edifici del regionalismo critico
Da Liebeskind a MVRDV, dai Future Systems a Herzog&DeMeuron. Il mondo è un cantiere unico. Il denaro a disposizione delle grandi star internazionali raggiunge cifre difficili da immaginare. Secondo una lettura semplicistica si potrebbero trovare facili analogie tra il grattacielo come simbolo fallico di potenza e la volontà delle stesse compagnie di autopromuoversi attraverso dette architetture. In questo senso non conta più solo la tecnologia utilizzata e l’altezza raggiunta, bensì l’estetica del grattacielo come fatto unico e simbolico a livello mondiale, che assume la stessa funzione del logo così come descritta da Naomi Klein ormai diversi anni fa. Ma allora come si spiegano la biblioteca di Seattle di Koolhas o il ponte di Calatrava a Reggio Emilia? Si spiegano esattamente allo stesso modo. Il ruolo delle compagnie in questo caso è preso dalle pubbliche amministrazioni, che tornano così a esprimere il proprio potere sul territorio attraverso grandi opere di architettura, costose, vistose, che ignorano l’uomo e celebrano il potere. Economico o politico non ha importanza, tanto più che mai come oggi i due poteri si mischiano e si confondono.

“Cittadini come consumatori”, così titola tre dei suoi saggi l’architetto argentino Rafael Iglesia. Come il capitalismo moderno ha sostituito la triade prodotto->ricavo->maggior produzione con denaro->produzione->maggior denaro (molte delle compagnie di maggior successo non vendono più prodotti, vendono servizi di gestione del patrimonio), così la politica sta passando dal risolvere i problemi sociali per migliorare la vita del proprio paese al risolverli per guadagnare in consenso. Le città si trasformano in megalopoli, le strade e le piazze diventano sistemi di flussi in costante movimento, gli edifici nient’altro che rappresentazione di sè stessi. Si va perdendo, forse addirittura dimenticando, il senso di città come fatto culturale e sociale. Si corre a grandi passi verso una nuova desumanizzazione, dopo quella fallita del positivismo.

E allora che fare? Come difenderci da questo mondo ipocrita e corrotto che ormai ha invaso tutti i campi, architettura compresa? No, non cercate una risposta. Non c’è una risposta, perchè questa domanda non ha senso di esistere, si basa su falsi presupposti. Questo è il mondo che ci propongono a gran voce media e potenti, il mondo che ci descrivono quelli del “si stava meglio quando si stava peggio”. Ma basta girare un poco lo sguardo per accorgersi che, sotto sotto, restiamo umani, troppo umani.

E’ così che salta agli occhi un gruppo eterogeneo di architetti capace di distinguersi. Distinguersi non per la forma più bizzarra ideata, ma per una scelta di campo chiara e coerente con quello che ancora è l’essere umano. Un’architettura che sembra sopravvivere indenne al passare del tempo, e delle mode, e che affonda le sue radici nell’architettura vernacolare senza tempo, è quella che Kenneth Frampton individua come regionalismo critico, o tettonicismo. Nell’ultimo secolo è stato adottato, raggiungendo spesso livelli di alta poesia, da architetti come Gaudì, F. L. Wright, Alvar Aalto, Carlo Scarpa, Alvaro Siza, Tadao Ando ed Eladio Dieste. Un solo lato comune hanno queste architetture: l’essere generate da quella che mi azzardo a chiamare identità locale, che a sua volta è l’insieme della cultura, delle tradizioni (anche costruttive), degli uomini, del territorio. Dell’essere umani nel suo significato più profondo.
E allora non resta che un modo per concludere questo breve articolo. Una citazione, da un saggio dell’architetto bonaeriense Claudio Caveri, che chiude questo tema aprendone uno nuovo.

E… lì il miracolo… l’emozione

Collage di edifici post-moderni e decostruttivisti

Architettura, Mostre

A Torino è passato il Piano

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Passare un weekend a Torino aiuta a rendersi conto che esistono città molto più vivibili di Milano, ma voi direte: ci vuole poco. Sarebbe quindi interessante, in questo periodo di interventi di riqualificazione milanese, capire come venga affrontato un tema simile in una città del nord molto vicina.

Capita quindi a pennello la mostra a Palazzo Madama (www.palazzomadamatorino.it) sui progetti del concorso per la Spina 2, l’area liberata in centro dall’interramento della ferrovia.

Il concorso a Torino l’ha vinto Renzo Piano che ha battuto Libeskind, al contrario di quanto successo a Milano.
E a mio avviso anche in questo caso si vede quanto il progetto di Piano sia più attento dei formalismi di Libeskind e di altri colleghi, ma queste sono opinioni personali. Vi lascio quindi alle foto della mostra che a mio avviso parlano da sole.

Renzo Piano

Il plastico col progetto vincitore

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MVRDV

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Dominique Perrault

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Estudio Lamela

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Hiroshi Hara

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Daniel Libeskind

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Architettura, Opinioni personali, Politica, Milano

Un Piano per Milano

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Finalmente cresce l’attenzione sulle riqualificazioni urbane milanesi.

Il programma Report (Rai 3) ha realizzato un’inchiesta, andata in onda Domenica scorsa (link alla puntata), sui progetti che sono stati approvati per le aree Garibaldi e Fiera.

Il quadro è abbastanza desolante, ci si presenta una città totalmente in preda alla speculazione privata e assolutamente incapace di pianificare il proprio sviluppo e di risolvere il problema maggiore, quello del traffico, che invece viene peggiorato.

Un piano per una città metropolitana, come è di fatto Milano, dovrebbe prevedere la creazione di insediamenti terziari all’esterno della città anzichè all’interno. Le aree libere interne alla città dovrebbero essere destinate al pubblico non ai privati. Non è stato ancora fatto un piano serio di sviluppo per il trasporto pubblico, anzi si pensa ancora a realizzare parcheggi, deturpando il verde, invece di eliminarli.

L’esempio che ci sembra più chiaro per evidenziare questa situazione è quello che ha visto vincere il progetto CityLife nell’area ex-fiera sulla base di un criterio puramente economico senza valutare ricadute negative sul contesto e sulla cittadinanza. Secondo il giornalista, e anche secondo noi, il progetto che meglio avrebbe risolto l’area è quello di Renzo Piano, che prevedeva meno cubatura e restituiva ai milanesi la zona della fiera.

Milano avrebbe bisogno di un progetto unitario di costruzione che certamente i singoli interventi dei privati non potranno mai ottenere, ma probabilmente il primo passo da affrontare è quello di riconoscere Milano come città metropolitana che si estende da Varese a Bergamo e non dalla Bovisa a Lambrate.

Università, Architettura

A.R.

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Nel settembre di 10 anni fa moriva Aldo Rossi, un pezzo di storia dell’architettura italiana, un pezzo importante (anzi più di uno) del puzzle che compone l’identità della nostra facoltà.

Alla scuola di Rossi sono cresciuti molti dei nostri professori, probabilmente tanti sono rimasti incastrati nelle sue idee più forti e non ne hanno percepito la complessità, soprattutto quella delle ultime opere, altri ne hanno rinnegato le forme.

AR è una figura che va studiata proprio perchè controversa.

Dedica alle nuove matricole settembrine: Sono il primo a dire che i primi anni ero spaventato dalle architetture di Rossi, ma con il tempo, non necessariamente grazie alla plasmatura ideologica attuata dai prof suoi discepoli, ho imparato a scorgere nei suoi lavori tutto quello che la forma ad un primo sguardo copre.

Rossi è stato un architetto a tutto tondo: dipingeva, insegnava, scriveva, faceva politica, progettava, costruiva (l’ultima, la più importante).

Da wikipedia:

“Ha studiato architettura al Politecnico di Milano, dove si è laureato nel 1959.

Nel 1966 ha pubblicato il suo primo libro L’architettura della città, presto divenuto un classico della letteratura architettonica. La sua attività professionale, inizialmente dedicata prevalentemente alla teoria architettonica e a piccoli interventi edilizi compie un salto di qualità quando Carlo Aymonino gli fa realizzare parte del del complesso “Monte Amiata” nel quartiere Gallaratese a Milano.

Ha vinto il Premio Pritzker nel 1990.

Ha insegnato al Politecnico di Milano, all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, al Politecnico Federale di Zurigo e alla Cooper Union di New York.

Il lavoro di Aldo Rossi rappresenta un superamento delle metodologie del Movimento Moderno, appartenendo inizialmente alla corrente architettonica del Neoliberty, prima reazione al razionalismo con richiami più o meno espliciti all’Art Nouveau. Succesivamente è approdato, al Post-Modern nel variato panorama Italiano di questo movimento, che in lui ha assunto una rigorosità esemplare, che taluni hanno definito Neo-Novecento.

È morto a Milano nel 1997 in seguito ad un incidente stradale.

Rossi fu uno dei piú grande rinnovatori ideologici e plastici dell’architettura contemporanea, con la sua poesia metafisica ed il culto che professó nella stessa misura verso la geometría e la memoria.”

Università, Architettura

Ci siamo persi la ricerca

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Pare che ultimamente la ricerca ad uso degli studenti sia un po’ latitante. Mi spiego: essendo la nostra scuola organizzata in laboratori, all’interno di questi gli studenti dovrebbero essere messi in condizione di imparare a progettare sperimentando, ricercando, ragionando in avanti sull’aspetto funzionale dell’architettura e anche sulle sue forme, sulle tipologie, forme storiche e della necessità, che, a quanto pare, stanno alla base dell’architettura che dovremmo imparare a fare.
Esempio: in quanti laboratori si riflette su cosa sia la tipologia abitativa che ci insegnano a progettare e cosa dovrebbe essere invece? E’ evidente che nell’abitazione le necessità sono cambiate, ma una proposta di progetto su una casa dotata, tanto per dirne una, di ambiente per il tele-lavoro, non l’ha avanzata nessuno. Rimangono solo le forme storiche.
Cosa deduco da ciò? Che siamo isolati, non dal dibattito sulla forma, ma quanto dalla società, la quale in qualche modo è sempre pronta ad accogliere le novità, spesso purtroppo anche quelle di basso profilo, e a renderle vincenti.
Ringraziando il prof. Lanzani per lo spunto.

Architettura, Mostre

Biennale 2006 / immagini

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città…

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…città? 35 milioni di dubbi

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complessi d’inferiorità?

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città di Milano…città?

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dopo l’ecomostro…il cleromostro

…per fortuna c’è l’architettura contemporanea bovisiana

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troppo facile costruire quando hai un deserto di spazio…

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un saluto a Giorgio

Architettura, Mostre

Biennale 2006 / Richard Burdett

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Il 10 settembre 2006 si apre la 10° Biennale di Venezia dedicata all’Architettura, chiuderà il 19 novembre.

Meglio quindi iniziare a parlarne, partiamo dalla biografia del direttore di quest’anno:

Richard Burdett (Londra, 1956), cresciuto e formatosi a Roma, è architetto e urbanista a Londra. È professore di Architettura e Urbanistica alla London School of Economics (LSE) e consulente per l’architettura del Sindaco di Londra.

La sua competenza si svolge nella comprensione delle relazioni tra architettura, design urbano e società urbana, operativa nell’interfaccia tra pratica urbana, politica e ricerca. Burdett ha rappresentato un ruolo chiave nelle istituzioni che hanno formato una cultura dell’architettura in Gran Bretagna - la 9H Gallery, l’Architecture Foundation, LSE Cities Programme, l’Unità di Architettura e Urbanistica del Sindaco e l’Urban Task Force del Governo Britannico - ed è consulente di organizzazioni pubbliche e private tra cui la Tate Gallery, la BBC, NM Rothschilds.

È stato membro di giurie di molti concorsi internazionali di design tra cui il Museo d’Arte Moderna di Roma, la Tate Modern a Londra, Forum 2004 a Barcellona e un nuovo quartiere residenziale a Pechino.

Dirige una serie di incontri annuali con i Sindaci Europei ed è il responsabile di “Urban Age”, un ciclo di conferenze internazionali sulle città, svolte nelle città globali come New York, Shanghai, Londra, Berlino, Mexico City e Johannesburg. Burdett ha curato oltre 40 mostre sull’architettura contemporanea e le città, è un collaboratore continuativo della stampa e dei media e ha presentato un documentario per la BBC su Villa Malaparte.

Università, Architettura

I Buoni Maestri

Sembrava non dovesse finire mai, invece anche questo anno accademico si avvia alla sua conclusione.

Sebbene il bilancio sia a mio favore, non nascondo una certa delusione; ciò che ho trovato in questa facoltà è ben lontano da ciò che rappresenta il frammento riportato dal logo dell’ateneo: camminando lungo i vialetti del campus della Bovisa, per un anno non ho fatto che incrociare volti angosciati da una lotta contro il tempo per raggiungere “medie”, rispettare “parametri” e conquistare “crediti”.

Come può un clima del genere favorire quel fermento che dovrebbe essere linfa vitale per una Scuola di Architettura?

La mia non è una critica semplicistica ed ingenua: conosco le ragioni per le quali si è messo in atto e si sta perfezionando un sistema di selezione che nelle intenzioni dovrebbe premiare gli studenti migliori innalzando allo stesso tempo il livello della loro preparazione ed il valore di una laurea in Architettura conseguita presso il Politecnico di Milano.

Per quanto tali intenzioni siano assolutamente condivisibili, non sono affatto certo che gli strumenti adottati siano i più adatti.

Ho frequentato la scuola media inferiore e superiore in due diversi istituti, accomunati da uno stesso metodo di gestione della didattica: ciascuno di questi ha affidato ad un gruppo di docenti il compito di monitorare la carriera scolastica negli studi successivi degli studenti che lì sono stati formati. A partire dall’analisi e dalle osservazioni fatte sui dati ottenuti il preside interviene, dove necessario, integrando il piano di studio, ponendo vincoli sulle modalità di valutazione o addirittura sostituendo l’insegnante, non prima di averne personalmente seguito alcune lezioni, alla ricerca di un insegnante più capace.

Tutto ciò per dire che un innalzamento dei parametri richiesti per proseguire gli studi nella facoltà certamente porta ad un maggior impegno degli studenti e tuttavia non ne fa dei buoni studenti: per quelli occorrono dei buoni maestri; invece a Bovisa una matricola potrebbe pensare che le cattedre siano ereditarie e nell’ateneo intero si inventano strani meccanismi per evitare ad esempio che nel mondo del lavoro si pensi che il Politecnico sia “una scuola facile” vedendo i voti con cui ci si laurea.

Spero vivamente che il nuovo preside, chiunque sia, possa ripartire da ciò che di buono è stato fatto fino a questo momento, mettendo però in discussione tutto il resto, a cominciare dai laboratori di progettazione e dagli altri corsi, poichè allo stato attuale esigono una razionalizzazione dei contenuti e dei tempi; sono poi convinto della necessità di rivedere il numero di ore attribuite a corsi considerati meno importanti dei laboratori, come sono convinto che la strategia del progetto annuale debba essere rivista.

Spero che affronti finalmente la Questione Morale che ha contaminato l’intera facoltà, è impressionante infatti constatare quante parentele vi siano anche negli stessi corsi: mi chiedo se davvero tutti questi figli d’arte insegnino meritatamente nell’Università.

Sogno per la mia Scuola una “campagna acquisti” senza precedenti, che porti ad insegnare persone capaci, che siano delle autorità nel proprio campo, architetti che conoscano e che facciano l’Architettura; dei buoni maestri come già ce ne sono, che non parlino di “nemici dell’architettura”, che si confrontino senza paura sulle proprie ragioni, che abbiano concezioni tutte diverse sul fare architettura, poiché il pensiero unico è sterile e limita la formazione dei giovani architetti; maestri di peso, che diano alla scuola il prestigio necessario per influenzare le vicende della costruzione delle città.

Il Politecnico di Milano ha chiesto maggiore qualità ai propri studenti imponendo vincoli, medie sotto le quali non poter scendere e limitando la quantità di tempo utile per riflettere sull’architettura; ha ottenuto i suoi buoni studenti: ora pretendiamo i nostri buoni maestri.

Un periferico studente d’architettura

Università, Architettura, Mostre

Gente di Milano

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Sento spesso parlare di funzione civile dell’architettura. Devo dire che è un concetto che mi ha sempre affascinato. In fin dei conti è quasi scontato: se l’architettura traduce in mattoni i gesti dell’essere umano, i suoi riti, le sue abitudini, i suoi modi di fare, è ovvio che l’architetto, dovendone stabilire la forma è anche colui che fornisce un’interpretazione di quei gesti, di quei riti, di quelle abitudini, di quei modi di fare, e, di conseguenza, li influenza fino anche a modificarli. Per questo l’architettura ha una funzione civile, tant’è che la facoltà di Bovisa si chiama Architettura Civile mentre quella di Leonardo Architettura e Società, diverso il taglio ma l’idea di fondo è quella.

Ma siamo sicuri che questa funzione-scopo che l’architettura ha sempre avuto sia ancora valida? Mi spiego, non dico che si debba riconoscere il fallimento dell’architettura sociale, quanto piuttosto il fallimento del sociale stesso.
È abbastanza evidente che ormai si viva nel mondo dell’individualismo spinto, è purtroppo un dato di fatto. E l’architettura, espressione, come già detto, delle necessità umane, segue naturalmente questa tendenza.

Mi chiedo: ma è giusto che sia così? Se la “società” contemporanea finora non ha creato delle nuove utopie, delle nuove immagini di sé, migliori di sé, e per questo da cercare di realizzare, perché non ci hanno provato gli architetti? Di certo non penso che l’architetto possa scatenare un rivoluzione con una sua opera, ma può essere in qualche modo influente.
Probabilmente tutto questo ha innescato un circolo vizioso: società bloccata – architettura bloccata – scuola bloccata e così via. Uno degli anelli della catena va rotto, va modificato, ed il più immediato, il più semplice da spezzare è certamente quello della scuola. Bisogna cominciare a cercare nuove vie, a smuovere il sedimento, o tutto resterà immobile per sempre, tutto fermo così com’è, del resto l’Italia intera è un paese bloccato, a volte mi sembra di stare in una novella di Joyce
Tutto il discorso naturalmente andrebbe esteso anche fuori dall’architettura, ogni arte ha del resto funzione sociale come ha delle responsabilità.

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