Archive for the 'Conferenze' Category

Università, Conferenze

Lezioni americane

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Martedì c’è stata una conferenza-lezione introdotta dal prof. Patetta di James Ackerman storico dell’architettura americano.

Ackerman non lo conoscevo, non ci è stato granchè pubblicizzato ma è stato interessante sentire, noi italiani, la storia dalla bocca di un americano, che tra l’altro parla discretamente la nostra lingua.

Brevemente: Ackerman ha tenuto una lezione in parte autobiografica, ha parlato del Cortile del Belvedere sul quale ha fatto diversi studi, non tanto sul risultato finale, ma sui progetti di studio. Ha sottolineato l’importanza dell’osservazione delle opere per farne una critica personale e non basarsi unicamente su quello che si legge/ci viene insegnato.
Ha sottolineato, come spesso fanno alcuni nostri prof, la perdita progressiva da parte degli studenti dell’esperienza tattile che si compie col disegno a mano ormai soppiantato dal CAD.
Ci ha mostrato alcune sue considerazioni sul rapporto tra l’architettura orientale e quella occidentale, confronto che noi non facciamo mai e che meriterebbe di essere approfondito.

In conclusione vorrei evidenziare ciò che ha fatto notare Patetta, ovvero la differenza fra una lezione di storia tenuta da un prof americano e quelle più accademiche dei prof italiani, le prime sicuramente più ricche di critica e discussione, le seconde, aggiungo io, di certezze.

James Sloss Ackerman, uno dei maggiori storici dell’arte e dell’architettura, è nato a San Francisco nel 1919. Ha insegnato a Berkeley e poi ad Harvard fino al 1990. Durante la seconda guerra mondiale Ackerman ha prestato servizio nell’Esercito Americano, in Italia, dove ha potuto approfondire la conoscenza del Rinascimento italiano di cui diventerà uno dei maggiori esperti. I suoi libri sono considerati fondamentali nel loro genere, per rigore e metodo: la monografia di architettura, la biografia di un artista, lo studio di una particolare tipologia architettonica. Alla prima categoria appartiene The Cortile del Belvedere del 1954. Alla seconda i fondamentali lavori degli anni sessanta sull’architettura di Michelangelo e su Palladio. Alla terza, The Villa: Form and Ideology of Country Houses del 1990. Qui Ackerman analizza i caratteri comuni e gli elementi specifici di questo tipo di edificio, dalla villa romana alla “Casa sulla Cascata” di Wright,. Alla grande varietà di forme che la villa ha via via assunto, corrisponde l’impressione che l’ideologia ad essa sottesa sia rimasta sostanzialmente immutata dalle origini ad oggi. Accanto a questa produzione “maggiore”, centinaia saggi sulla storia dell’architettura del Rinascimento, studi sui rapporti tra arte e scienza, sui fondamenti intellettuali, morali e sociali dell’insegnamento. (dal premio Balzan)

Università, Conferenze

La settimana orientale

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Questa settimana di giugno, che vede la fine delle lezioni e gli esami alle porte, vi invitiamo a non perdere un ciclo di lezioni aperte sull’architettura orientale tenuto da un professore che vive e lavora in Cina.

Università, Conferenze

Il ritorno di Piano

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Mattinata calda al campus Bovisa del Politecnico di Milano ieri, calda in tutti i sensi. E’ finalmente tornato al Poli Renzo Piano, dopo un’assenza troppo lunga, quarant’anni.

Nel cuore del campus siamo in tanti ad aspettarlo; gli avevano detto che avrebbe incontrato qualche studente ma al suo arrivo si troverà in un bagno di folla e di applausi.

E dal clima d’attesa traspare l’aria di novità che gli studenti sanno di poter trovare nelle parole del rappresentante dell’architettura italiana nel mondo possa portare all’interno del Politecnico, dove il dibattito architettonico ha le sue regole e la sua storia. E Piano non delude le aspettative.

Ascoltandolo scopriamo che forse è proprio l’idea di una architettura italiana che è superata. Per l’architettura non ci sono più confini nazionali. L’architettura di Piano e la nostra futura, è un’architettura che gli americani ora chiamano “european”. E infatti ci suggerisce: “Viaggiate, andate alla scoperta del resto del mondo, non abbiate paura di lasciare casa vostra, si può sempre tornare, io torno spesso”.

Ascoltando Piano traspare una visione dell’università diversa dallo stereotipo della maggior parte degli studenti. In facoltà, il fuori sede di Genova, ci andava di sera, a dormire. Di giorno invece a lavorare, sodo, a bottega nello studio di Albini. Quindi a lezione quasi mai e di sera ad “occupare” l’università.

Difficile per noi pensare che si possa imparare senza andare a lezione, quasi un controsenso.

Alla domanda di uno studente (accolta con malumore da una parte degli spettatori) sul rapporto architettura-politica, Piano spiazza un po’ la folla. Ha una visione positiva della politica. Fare il politico è uno dei mestieri più belli del mondo. “Non dimentichiamoci che Politica deriva da Polis: città”.

L’architetto non è solo un architetto è spesso più di una cosa al giorno: gli capita di essere alle nove costruttore, alle dieci sociologo, alle undici poeta (ma per un quarto d’ora) e a mezzogiorno torna ad essere costruttore.

Non poteva mancare lo schizzo da Archistar (non diteglielo, non si ritiene tale), che il successivo starnuto isterico di flash ha bloccato alla vista degli astanti. Ma si narra che la penna del maestro abbia tratteggiato i contorni di una tensostruttura a copertura di parte del parco che ospitava l’evento.

Un progetto gradito subito con entusiasmo dalla massa di studenti in cottura sotto il sole.

Il clima si fa ancora più caldo quando l’architetto spiega la propria avversità verso i docenti troppo accademici: cattivo esempio per gli studenti, perché l’accademico si ferma alle prime fasi del progetto e non ne indaga ogni aspetto, non lo porta fino in fondo, fino a renderlo vero.

Il consenso maggiore arriva quando Renzo Piano evidenzia la carenza, tutta italiana, di bandi concorso per la realizzazione delle opere nel territorio. Lui che deve la sua fama al famoso Centre Pompidou di Parigi, incarico ottenuto appunto attraverso un concorso internazionale.

Ci troveremo anche noi, studenti italiani di architettura, e soprattutto milanesi del Politecnico, un giorno a guardare i nostri progetti dal basso verso l’alto come Renzo Piano nelle foto per la mostra sulle sue opere alla Triennale di Milano in questi giorni?

Forse un modo c’è: speriamo, ora che si è rotto un tabù, che Piano venga più spesso a trovare gli studenti di quella che è stata la sua università. Anzi la speranza e l’augurio mio e di altri è di ritrovarlo a breve dietro la cattedra a fare revisione ai nostri progetti.

Conferenze

Effetto de Moura

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Le conferenze in Bovisa non mancano per fortuna, questo va riconosciuto. Ma ieri è successo qualcosa di diverso, alla conferenza sono venuti anche gli studenti, ma non qualcuno, parecchi. Si è vista una cosa cui è raro assistere nella nostra facoltà (ditemelo se sbaglio), l’aula di questa conferenza era piena, piena da costringere oltre che gli studenti anche alcuni prof a sedersi a quota zero.

L’ospite era Eduardo Souto de Moura.

Inevitabile quindi pensare quanto l’architettura bovisiana debba a quella portoghese e spagnola. Molti prof hanno per maestri Tavora, Siza, de Moura, Moneo. Il fatto è stato anche sancito dalla prefazione del preside Monestiroli che ha sottolineato quanto la scuola milanese sia legata a quella portoghese, durante la quale ha anche invitato de Moura a parlare dei suoi rapporti con Milano, senza però purtroppo un riscontro sul tema da parte dell’architetto una volta presa parola. Quindi è certo che ai milanesi interessano le opere dei portoghesi ma non il contrario.

Interessante la paura di de Moura verso il tema della finestra che l’ha da sempre portato a risolvere la questione con scappatoie di comodo. La finestra è uno dei temi che caratterizza le opere di Grassi (la bucatura) e quelle di Rossi (la finestra quadrata, la croce, l’architrave a putrella), e qui Milano e Porto sono parecchio lontani a parer mio.

De Moura parla poi di uno dei suoi maestri, Mies e ne sottolinea la marcata contraddizione dell’operato e, parole sue, la studia per cercare di risolvere la contraddizione delle proprie opere. Mi viene in mente il grattacielo con la struttura a controventi nascosta da un sistema di finestre sfalsate che de Moura ci mostra durante la conferenza e anche in questo caso si sentono i duemila (?) chilomentri di distanza fra Porto e Bovisa.

Si chiude in bellezza, parlando del moderno, di Corbu e Co., De Moura ne apprezza il formalismo, ma non le basi teoriche…

…segue qualche tonfo in sala…

sicuramente non ho capito bene io,
viva la contraddizione

Università, Architettura, Conferenze

Paolo Portoghesi

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Lunedì un pò di sessantotto è risuonato in Bovisa. Ricordi.
I ricordi di un vecchio giovane preside (romano-piemontese) che quell’anno veniva eletto come interlocutore adatto a raccogliere le proteste degli studenti dell’allora unica Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Eletto in un consiglio composto da personaggi quali Rossi, Belgioso..poi sospeso dal Ministero.

Preside di una facoltà che avrebbe poi basato la didattica sulla ricerca, la libertà; che avrebbe accolto nelle sue aule un seminario illimitato per ospitare una parte degli sfollati che avevano occupato le case milanesi ai tempi sfitte, costretti altrimenti a errare per milano nei pulman concessi per non compattarne le forze eversive.

Durante la conferenza del ciclo “Narrate, uomini, la vostra storia“, Paolo Portoghesi, oltre che della sua esperienza milanese, ha parlato anche naturalmente della sua visione dell’architettura: del forte e necessario legame col luogo delle sue architetture, vedi la Moschea romana e l’”alberità” (da un vocabolo orientale) delle strutture, dell’importanza della tradizione come sfida ma non come rifugio (un messaggio per i nostri prof ?), dell’errore di trasformazione dell’architettura in linguaggio - strumento di comunicazione (un messaggio a certe architetture contemporanee ?).

Portoghesi si è espresso anche sul tema della virtualità, che vede come fine della politica, vittoria della tecnica sulla cultura (dell’automa sull’uomo). Un aspetto positivo del passato era l’ampio spazio dedicato alla cultura ora soffocato dalla globalizzazione, che elimina le autonomie necessarie per la ricerca (che portoghesi vede racchiusa in un luogo e non coordinata infrastrutturalmente.

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Il mio punto di vista critico da studente accoglie parte dei pensieri di Portoghesi quali la necessità di ricerca ed innovazione, l’importanza del rapporto col contesto ma al contempo credo che ai giorni nostri proprio perchè ogni contesto è collegato all’altro attraverso le varie reti (telematica, infrastrutturale,…) penso che il lato virtuale sia una parte fondamentale dell’architetto, proprio perchè la virtualità sta diventando sempre più realtà ed è ormai dipendente dalla tecnica. Il dibattito culturale ora dovrebbe ripartire da queste nuove fondamenta e non sostituirvisi.

Una delle strade per la ricerca dell’identità bovisiana può essere portare il lascito rossiano al cospetto delle possibilità del contesto come rete (vedi la città diffusa, diffusa anche virtualmente), innovare (facendo ricerca non solo comunicazione) ripartendo dai fondamenti della scuola milanese senza rimanervi intrappolati o meglio rifugiati…

Università, Architettura, Conferenze

Blobitecture sbarca a Bovisa

BenVanBerkel

Ieri c’è stato un incontro interessante organizzato dal prof. Bucci e dal tema “itinerari di architettura contemporanea in Olanda”. L’aspetto più sorprendente è stato il fatto che l’incontro fosse tenuto da due studenti, assai intraprendenti, con indubbi risvolti positivi per l’evento. Durante la comunicazione tenuta dai due baldanzosi giovani, sono emerse, più o meno incosapevolmente, diverse problematiche stuzzicanti e provocanti.

Il pretesto era la presentazione di un libro edito da ArabaFenice e curato dai due (www.sqs.it per chi vuole conoscerli) e dal titolo NL05, che vorrebbe essere, sulla scorta delle recenti tendenze, un viaggio itinerante alla scoperta dell’architettura contemporanea olandese; insomma fin qui tutto banale, percorsi, strade da visitare, fotografie di edifici accattivanti..piante, prospetti! Invece no, c'’è stato di più. Quello dei due giovanotti è stato un viaggio oserei dire iniziatico, come quando si va a Lourdes e si ritorna miracolati, solo che loro il pellegrinaggio l’hanno fatto a Delft  per 1 anno accademico, e di scoperte ne hanno fatte.

E’ stato troppo entusiasmante il loro racconto, a tratti da esploratori di terre lontane, un pò ventimila leghe sotto i mari, reportage di un pianeta a noi sconosciuto: L’Architettura Contemporanea. Vi ho visto molto del tragicomico quando la leggerezza della loro esposizione faceva sorridere l’auditorio (quasi totalmente composto da studenti, si contavano solo 3 docenti ahimè), ma che al contempo, non so quanto consapevolmente provocatorio, ammoniva al disagio che paghiamo noi studenti bovisiani a vivere in un tale stato di segregazione culturale. I due Miracolati ci parlavano di architettura digitale, di blob, di renders, di CATIA e di RHINO, di Rapid-Prototyping/Manufactoring, di architettura che vive la sua dimensione nell’effimero delle immagini, parlavano di blobs dimistificando il valore tradizionale dell’architettura come pianta, sezione, prospetto. Si liberavano di un peso, avrebbero voluto gridarlo, ma la compostezza del loro timbro di voce era assai più assordante. Io dico che sono Miracolati, qualcuno deve averli scambiati per indemoniati, o quantomeno sacrileghi, oltraggiosi al punto da metterli a tacere.

Ma i due erano due moderati, e la moderazione è stata anche invocata nel preambolo introduttivo del Prof. Bucci che sebbene apprezzasse il loro sforzo editoriale, richiamava all’ordine (come se avere opinione differente sia fare disordine…) invitando all’autocritica gli studenti e a ricordarsi che comunque, se sono in grado di aver fatto quello che hanno fatto, e di fare quello che faranno, sarà pur sempre grazie ai “sani principi” che la nostra facoltà insegna, insomma: siete pur sempre figli nostri e non potete sputare nel piatto dove mangiate. Lì, e credo pochissimi se ne siano accorti, è emersa tutta l’incosistenza e la piccolezza della nostra tanto sana facoltà.

Bucci, è da assolvere, per carità, econcomiabiile per aver dato spazio a due simili giovani, ma perchè nascondersi omertosamente ad ogni costo a favore dell’istituzione? Perchè continuare a tacere? Che facoltà è quella che si sottrae dapprima essa stessa alla critica (ma solo gli studenti devono criticarsi)? Come si può fare contemporaneità se ci si autosegrega da quello che accade fuori, dal mondo? Perchè inseguire solamente principi autoriferiti in nome di una presunta sempreverde tradizione classica da tutelare? Come si può fare architettura contemporanea se ci si sottrae al dialogo e al confronto? Perchè uno studente di Bovisa deve parlare con disagio a un suo professore di renders, architettura digitale, mesh (che non sono quelle dei capelli…), modello virtuale? Queste sono alcune delle domande che vanno portate ai capi e preside della facoltà, e su questi temi che dobbiamo aprire un dialogo interno prima di tutto noi studenti, per creare e dimostrare una volontà di cambiamento.

Non possiamo subire passivamente un tipo di formazione incoerente con i tempi in cui viviamo, è in ballo il nostro futuro ed è un nostro dovere combattere per migliorarlo, è un nostro diritto criticare la nostra facoltà, nei suoi contenuti e nei suoi principi (non nella superificiale burocrazia dei crediti o degli sbarramenti di merito…). Dobbiamo rivendicare questo confronto, non si può rimanere zitti. Questi due giovani di ieri mi hanno rincuorato, non mi sento solo, sotto sotto qualcosa si muove. Le rivoluzioni partono dal basso.

Conferenze

Il muro pieno

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Oggi si è tenuta l’annunciata conferenza di Giorgio Grassi sugli anni ‘60 e ‘70.

Ammetto di essere stato piacevolmente sorpreso, sotto tutti i punti di vista. Innanzitutto perchè, dato anche il tenore medio delle conferenze precedenti, il pomeriggio non si preannunciava particolarmente vispo o trascinante, ed invece già sotto questo punto di vista mi sono dovuto immediatamente ricredere. Poi perchè il personaggio Grassi è visto sempre (dagli studenti almeno) con una certa diffidenza, forse per il fatto che, come dice lui stesso, le sue architetture fondamentalmente sono sempre le stesse, e questo predispone male chi non conosce. Ma anche su questo punto mi sono infine ricreduto.

Intanto, come già accennato, la conferenza per la prima volta si è rivelata veramente interessante: per la prima volta in assoluto forse dall’inizio del ciclo di conferenze si è effettivamente parlato di arhitettura, quella di cui uno studente ha bisogno per farsi delle idee.

I punti su cui si è soffermato non sono stati molti, ma essenziali. “L’architettura è un lavoro, e il lavoro è responsabilità, intelligenza, passione” e “bisogna cercare di avere passione nel lavoro, non inteso come edificio finito, ma come pensare e comporre l’architettura”. Ecco, in quattro parole le motivazioni di Grassi, uno che è nei discorsi come nell’architettura, essenziale, asciutto, privo di fronzoli.

Naturalmente non si ferma qui: segue la questione della forma. “Bisogna cercare un motivo per lavorare felicemente attorno ad una forma difficile, il progetto si può fare in una forma qualsiasi e senza intaccare il risultato” dice, si, ma la sua scelta non è certo semplice, anzi il motivo della sua architettura sempre uguale è dovuto, dice, ad una sua tendenza personale ad essere indiponibile ad usare linguaggi di cui non era né convinto, né padrone.

Il linguaggio, altra importante questione formale. Deve essere soprattutto vero, diretto, sperimentato e banale, che non imponga di entrarare in compromessi con il gusto personale. E’ quindi un linguaggio ottenuto per esclusioni, più che per assunzioni successive di elementi. Ecco da dove nasce la sua “perversione” per il muro pieno.

Il problema della decorazione non lo affronta neppure, anzi, lo indica solamente, c’è, ma lo fa sembrare artificioso, quindi inutile. Infine la forma possibile di un progetto è unica, ed il progetto deve maturare sempre più fino al punto di raggiungerla, senza alternative.
Ma al di là delle questioni formali, Grassi ha lanciato alcuni messaggi forti, quasi con distacco, o addirittura cinismo, ma ben precisi. Naturalmente io, da studente, ho raccolto prevalentemente quello rivolto alla mia categoria. Ai tempi della sua formazione, ha raccontato, gli studenti di architettura pagavano le tasse di un anno intero per andare alle sole lezioni del sabato di Ernesto Rogers. Questo per affermare che, anche adesso, non esistono buone scuole di architettura, ma esistono buoni professori, che attirano gli studenti. E quindi, ha concluso, sta allo studente, non deve farsi formare, ma deve formarsi, deve essere attivo nella propria formazione.

Perchè mi ha entusiasmato così tanto la conferenza? Perchè finalmente si è parlato di architettura senza autocelebrazioni, anzi, c’è stato subito un chiarimento: “non ho avuto moltissimi amici tra i miei colleghi”, che si stesse riferendo a qualcuno che invece di raccontare la propria opera ha inutilmente sciorinato l’elenco delle sue numerose conoscenze?

Beh in ogni caso qualche idea mi si è schiarita…

Conferenze

Giorgio Grassi

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Ciclo: Narrate uomini la vostra storia - Giorgio Grassi
Aula CT16
Politecnico di Milano - Bovisa, Via Durando 10
22 marzo 2006
ore 14.30

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Giorgio Grassi è nato a Milano nel 1935

Si è laureato in architettura al Politecnico di Milano nel 1960.
Dal 1961 al 1964 è stato membro della redazione della rivista Casabella-Continuità diretta da E. N. Rogers.
Dal 1965 ha insegnato presso le facoltà di architettura di Milano e di Pescara.
Dal 1977 è professore ordinario di Composizione Architettonica alla facoltà di architettura del Politecnico di Milano.
Nel 1967 ha pubblicato La costruzione logica dell’architettura, nel 1979 L’architettura come mestiere e altri scritti.
Ha inoltre curato gli scritti di L. Hilberseimer, Un’idea di piano (1966) e Architettura a Berlino negli anni ‘20 (1979), e di H. Tessenow, Osservazioni elementari sul costruire (1974).
Fra i progetti si ricordano il restauro e l’ampliamento del Castello visconteo di Abbiategrasso (1970), la Casa dello studente per l’Università di Chieti (1976) e la ricostruzione del teatro romano di Sagunto (1985).

Grassi è un simbolo della nostra facoltà, che si apprezzi il suo pensiero o meno si prega di non mancare. Sicuramente aiuterà a capire un pò di più il perchè della nostra facoltà e sarà un passo verso l’identificazione progressiva dell’identità che le manca.

Mostre, Conferenze

L’influenza di Katsura

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«Caro Corbu, tutto ciò per cui abbiamo lottato ha il suo parallelo nell’antica cultura giapponese. Questo giardino di roccia dei monaci Zen del tredicesimo secolo – pietre e cottoli bianchi rastrellati – potrebbe essere stato disegnato da Arp o Brancusi – un inebriante angolo di pace. Saresti entusiasta quanto me in questo resto di colta saggezza vecchia di 2000 anni! La casa giapponese è la migliore e più moderna che io conosca e autenticamente prefabbricata».
Così scriveva Walter Gropius a Le Corbusier nel 1954…

…Katsura, e in modo più ampio la cultura giapponese, forniva insomma una conferma alle riflessioni che gli architetti, e gli artisti, occidentali stavano sviluppando all’inizio del XX secolo. Del resto il fenomeno del Japanism era gia ben diffuso alla fine del XIX secolo in Europa e negli Stati Uniti, come dimostra tutta l’opera di Frank Lloyd Wright
(dalla recensione di Roberto Dulio del Libro “Katsura la villa imperiale”, di Virginia Ponciroli, Elcta, Milano)

Il 13 Marzo si apre, con una conferenza tenuta da Francesco del Co in Aula carlo de Carli alle 15, la mostra dedicata alla Villa Imperiale di Katsura a Kyoto, che sarà allestita nello spazio mostre in Bovisa.

La mostra è prodotta da:
Dipartimento di Progettazione Architettonica, IUAV di Venezia
Dottorato Internazionale di Architettura Villard D’Honnecourt

e sarà a cura di Fernanda De Maio e Alberto Ferlenga.