Archive for the 'Mondo' Category

Università, Architettura, Mondo

Il nuovo stile internazionale

Collage di edifici del regionalismo critico
Da Liebeskind a MVRDV, dai Future Systems a Herzog&DeMeuron. Il mondo è un cantiere unico. Il denaro a disposizione delle grandi star internazionali raggiunge cifre difficili da immaginare. Secondo una lettura semplicistica si potrebbero trovare facili analogie tra il grattacielo come simbolo fallico di potenza e la volontà delle stesse compagnie di autopromuoversi attraverso dette architetture. In questo senso non conta più solo la tecnologia utilizzata e l’altezza raggiunta, bensì l’estetica del grattacielo come fatto unico e simbolico a livello mondiale, che assume la stessa funzione del logo così come descritta da Naomi Klein ormai diversi anni fa. Ma allora come si spiegano la biblioteca di Seattle di Koolhas o il ponte di Calatrava a Reggio Emilia? Si spiegano esattamente allo stesso modo. Il ruolo delle compagnie in questo caso è preso dalle pubbliche amministrazioni, che tornano così a esprimere il proprio potere sul territorio attraverso grandi opere di architettura, costose, vistose, che ignorano l’uomo e celebrano il potere. Economico o politico non ha importanza, tanto più che mai come oggi i due poteri si mischiano e si confondono.

“Cittadini come consumatori”, così titola tre dei suoi saggi l’architetto argentino Rafael Iglesia. Come il capitalismo moderno ha sostituito la triade prodotto->ricavo->maggior produzione con denaro->produzione->maggior denaro (molte delle compagnie di maggior successo non vendono più prodotti, vendono servizi di gestione del patrimonio), così la politica sta passando dal risolvere i problemi sociali per migliorare la vita del proprio paese al risolverli per guadagnare in consenso. Le città si trasformano in megalopoli, le strade e le piazze diventano sistemi di flussi in costante movimento, gli edifici nient’altro che rappresentazione di sè stessi. Si va perdendo, forse addirittura dimenticando, il senso di città come fatto culturale e sociale. Si corre a grandi passi verso una nuova desumanizzazione, dopo quella fallita del positivismo.

E allora che fare? Come difenderci da questo mondo ipocrita e corrotto che ormai ha invaso tutti i campi, architettura compresa? No, non cercate una risposta. Non c’è una risposta, perchè questa domanda non ha senso di esistere, si basa su falsi presupposti. Questo è il mondo che ci propongono a gran voce media e potenti, il mondo che ci descrivono quelli del “si stava meglio quando si stava peggio”. Ma basta girare un poco lo sguardo per accorgersi che, sotto sotto, restiamo umani, troppo umani.

E’ così che salta agli occhi un gruppo eterogeneo di architetti capace di distinguersi. Distinguersi non per la forma più bizzarra ideata, ma per una scelta di campo chiara e coerente con quello che ancora è l’essere umano. Un’architettura che sembra sopravvivere indenne al passare del tempo, e delle mode, e che affonda le sue radici nell’architettura vernacolare senza tempo, è quella che Kenneth Frampton individua come regionalismo critico, o tettonicismo. Nell’ultimo secolo è stato adottato, raggiungendo spesso livelli di alta poesia, da architetti come Gaudì, F. L. Wright, Alvar Aalto, Carlo Scarpa, Alvaro Siza, Tadao Ando ed Eladio Dieste. Un solo lato comune hanno queste architetture: l’essere generate da quella che mi azzardo a chiamare identità locale, che a sua volta è l’insieme della cultura, delle tradizioni (anche costruttive), degli uomini, del territorio. Dell’essere umani nel suo significato più profondo.
E allora non resta che un modo per concludere questo breve articolo. Una citazione, da un saggio dell’architetto bonaeriense Claudio Caveri, che chiude questo tema aprendone uno nuovo.

E… lì il miracolo… l’emozione

Collage di edifici post-moderni e decostruttivisti

Mondo, Internet

Una proposta per Milano!

un link simpatico per ricordarci quanto possano essere tristi le nostre città

Architettura, Mondo

Frank il genio

Non potevamo esimerci dal mostrarvi un video che gira sul circuito mondiale dei blogger d’architettura.
Non servono commenti :) Buona visione!


Architettura, Opinioni personali, Mondo

Vintage

Dolce vita.jpg

Vorrei trattare in breve un argomento che non riguarda solamente l’architettura, ma la situazione culturale in generale ed anche la moda.

Ho sentito poco tempo fa un’osservazione fatta da un critico che parlava di moda, non mi ricordo chi, né quando, il quale faceva notare come gli stilisti attualmente non stiano più creando sogni, cioè non stiano più realizzando i magnifici abiti che alle sfilate di qualche decennio fa facevano volare l’immaginazione della gente, specialmente quella di chi quegli abiti non se li poteva permettere. Anzi, si lamentava l’ignoto critico, con cui peraltro, seppure da profano, concordo, la moda di adesso è quella degli anni sessanta-settanta, cioè è roba vecchia, già vista, sono le cose che facevano sognare quarant’anni fa.

C’è da chiedersi bene il perchè di ciò che accade. Non credo che sia, come accade a volte, una rivisitazione critica del passato, operazione che la moda a volte compie, come l’arte in generale, per generare nuove correnti e creare gli scenari futuri. No, si rispolverano e si riutilizzano direttamente gli abiti dei divi e delle dive degli anni ‘60 solo spolverandoli, presi così come erano stati messi nell’armadio.

Di solito, quando ci si rivolge al passato, riaccendendo vecchie nostalgie e ricordando i bei tempi andati è il momento in cui meno si vede il futuro, si ha meno fiducia in ciò che succederà perchè non si apprezza il presente e non si è ottimisti verso ciò che potrà succedere. E ci si ritrova in momenti di immobilità, di ristagno intellettuale, in cui tutto è destinato a rimanere com’è.

Si dice sempre che l’architettura arrivi sempre prima alle questioni, e probabilmente anche in questo caso è vero, visto che c’è una corrente architettonica che sta recuperando ciò che è stato fatto, detto, scritto negli anni ‘60, e ce n’è un’altra che si crede innovatrice che invece è ferma agli anni ‘80.

Al di là del fatto che l’architettura comunque ne soffra di più, pare che la crisi culturale in Italia sia un po’ più diffusa.