Archive for the 'Università' Category

Università

Cercasi studenti con qualcosa da dire

Gli studenti fondatori di Bovisiani sono vicini alla laurea, ci sono ancora molte cose da dire sull’identità dei Bovisiani, soprattutto perchè la nostra è una facoltà giovane.

Come in tutte le realtà che funzionano è necessario un ricambio generazionale se si vuole continuare quello che è stato iniziato, perciò invitiamo tutti gli studenti della Facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano a proporsi per dire la propria sull’architettura in questo modesto spazio libero.

Fatevi coraggio e scrivete a: bovisiani[at]studentipolitecnico.it
Grazie.

Università

Il nostro saluto al prof. Rebuscini

E’ mancato improvvisamente il prof. Felice Rebuscini, io sapevo della malattia ma non credevo fosse così grave. Me lo ricorderò sempre intransigente a revisione, nei corridoi della facoltà a discutere con Introini e Perrotta, col Clenio a parlare di Milan e Brasile…ci sarebbe molto altro da dire…invito i suoi ex-studenti a salutarlo con un commento.
Un saluto sincero al prof. Rebuscini.

Università, Architettura, Mondo

Il nuovo stile internazionale

Collage di edifici del regionalismo critico
Da Liebeskind a MVRDV, dai Future Systems a Herzog&DeMeuron. Il mondo è un cantiere unico. Il denaro a disposizione delle grandi star internazionali raggiunge cifre difficili da immaginare. Secondo una lettura semplicistica si potrebbero trovare facili analogie tra il grattacielo come simbolo fallico di potenza e la volontà delle stesse compagnie di autopromuoversi attraverso dette architetture. In questo senso non conta più solo la tecnologia utilizzata e l’altezza raggiunta, bensì l’estetica del grattacielo come fatto unico e simbolico a livello mondiale, che assume la stessa funzione del logo così come descritta da Naomi Klein ormai diversi anni fa. Ma allora come si spiegano la biblioteca di Seattle di Koolhas o il ponte di Calatrava a Reggio Emilia? Si spiegano esattamente allo stesso modo. Il ruolo delle compagnie in questo caso è preso dalle pubbliche amministrazioni, che tornano così a esprimere il proprio potere sul territorio attraverso grandi opere di architettura, costose, vistose, che ignorano l’uomo e celebrano il potere. Economico o politico non ha importanza, tanto più che mai come oggi i due poteri si mischiano e si confondono.

“Cittadini come consumatori”, così titola tre dei suoi saggi l’architetto argentino Rafael Iglesia. Come il capitalismo moderno ha sostituito la triade prodotto->ricavo->maggior produzione con denaro->produzione->maggior denaro (molte delle compagnie di maggior successo non vendono più prodotti, vendono servizi di gestione del patrimonio), così la politica sta passando dal risolvere i problemi sociali per migliorare la vita del proprio paese al risolverli per guadagnare in consenso. Le città si trasformano in megalopoli, le strade e le piazze diventano sistemi di flussi in costante movimento, gli edifici nient’altro che rappresentazione di sè stessi. Si va perdendo, forse addirittura dimenticando, il senso di città come fatto culturale e sociale. Si corre a grandi passi verso una nuova desumanizzazione, dopo quella fallita del positivismo.

E allora che fare? Come difenderci da questo mondo ipocrita e corrotto che ormai ha invaso tutti i campi, architettura compresa? No, non cercate una risposta. Non c’è una risposta, perchè questa domanda non ha senso di esistere, si basa su falsi presupposti. Questo è il mondo che ci propongono a gran voce media e potenti, il mondo che ci descrivono quelli del “si stava meglio quando si stava peggio”. Ma basta girare un poco lo sguardo per accorgersi che, sotto sotto, restiamo umani, troppo umani.

E’ così che salta agli occhi un gruppo eterogeneo di architetti capace di distinguersi. Distinguersi non per la forma più bizzarra ideata, ma per una scelta di campo chiara e coerente con quello che ancora è l’essere umano. Un’architettura che sembra sopravvivere indenne al passare del tempo, e delle mode, e che affonda le sue radici nell’architettura vernacolare senza tempo, è quella che Kenneth Frampton individua come regionalismo critico, o tettonicismo. Nell’ultimo secolo è stato adottato, raggiungendo spesso livelli di alta poesia, da architetti come Gaudì, F. L. Wright, Alvar Aalto, Carlo Scarpa, Alvaro Siza, Tadao Ando ed Eladio Dieste. Un solo lato comune hanno queste architetture: l’essere generate da quella che mi azzardo a chiamare identità locale, che a sua volta è l’insieme della cultura, delle tradizioni (anche costruttive), degli uomini, del territorio. Dell’essere umani nel suo significato più profondo.
E allora non resta che un modo per concludere questo breve articolo. Una citazione, da un saggio dell’architetto bonaeriense Claudio Caveri, che chiude questo tema aprendone uno nuovo.

E… lì il miracolo… l’emozione

Collage di edifici post-moderni e decostruttivisti

Università

Anno Accademico 07/08

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Oggi inaugurazione dell’anno accademico: evento che gli studenti forse non amano troppo, forse perchè preferiscono stare a casa e dormire un po’ di più approfittando della sospensione delle lezioni.

Sta di fatto che è sempre un momento interessante, intanto perché è una delle poche volte in cui si sente parlare il preside su come va la scuola e come andrà (un modo semplice per evitare sorprese) e poi perché c’è la prolusione di un docente, che solitamente esce dai soliti canoni della lezione, per il tema, si intende. E poi quest’anno, novità, anche uno
studente ha fatto “lezione”. Una giornata diversa dal solito, una possibilità, come ne capitano poche in università.

Il preside ha spiegato cosa succederà con il passaggio alla legge 270 alla nostra facoltà: in sostanza per noi cambieranno più i principi ispiratori che il percorso scolastico, sarà un’università più per gli studenti, anche perché finalmente una riforma dà valore alla laurea triennale, cioè non la considera più “qualcosa in meno”, semmai considera la
specializzazione “qualcosa in più”.
E poi finalmente si metteranno in competizione le università, tramite un sistema di valutazione “inter pares”, in modo da cercare finalmente di capire chi lavora seriamente e chi no, quindi chi merita finanziamenti e chi no. Ed anche per poter avere percorsi culturali effettivamente diversi e non 25 facoltà-cloni.

Macchi Cassia ha fatto la prolusione, una lezione sul valore del vuoto negli spazi urbani. Un “materiale” urbanistico a tutti gli effetti, ma troppo spesso considerato spazio di risulta tra i “pieni”, e invece da rivalutare. Gli spazi aperti sono da sempre grande occasione per dimostrare il livello culturale di una società, per contribuire alla costruzione di uno stato
sociale, per valorizzare i pieni.
Ma ha anche evidenziato la necessità di ricominciare a pensare le città in modo unitario, complessivo, anche se da un punto di vista diverso, perché sarebbe assurdo credere di poter avere ancora un polo centrale, com’era Milano, e dei satelliti intorno; molto più efficace sarebbe pensare ad una rete, un sistema di nodi con pari importanza tutti
interconnessi tra loro.

E infine c’è stato il discorso dello studente, titolo: “Il percorso di formazione dell’architetto”. Forse un po’ duro da afferrare al primo ascolto, un po’ poco discorso e un po’ più saggio di quelli da pensarci su bene. Ma se l’è cavata egregiamente. Unico appunto una nota anti-relativistica che non ha raccolto apprezzamenti né dal pubblico, né dai professori (né da me). Ma faccio presente che c’è stato un concorso con selezione, nessuna nomina dall’alto.

Ho captato una conversazione di due ragazzi che non sapevano nemmeno che cosa succedesse oggi e, una volta scoperto hanno deciso di tornarsene a casa, neanche lo sforzo del viaggio appena fatto li ha trattenuti…

Università, Conferenze

Lezioni americane

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Martedì c’è stata una conferenza-lezione introdotta dal prof. Patetta di James Ackerman storico dell’architettura americano.

Ackerman non lo conoscevo, non ci è stato granchè pubblicizzato ma è stato interessante sentire, noi italiani, la storia dalla bocca di un americano, che tra l’altro parla discretamente la nostra lingua.

Brevemente: Ackerman ha tenuto una lezione in parte autobiografica, ha parlato del Cortile del Belvedere sul quale ha fatto diversi studi, non tanto sul risultato finale, ma sui progetti di studio. Ha sottolineato l’importanza dell’osservazione delle opere per farne una critica personale e non basarsi unicamente su quello che si legge/ci viene insegnato.
Ha sottolineato, come spesso fanno alcuni nostri prof, la perdita progressiva da parte degli studenti dell’esperienza tattile che si compie col disegno a mano ormai soppiantato dal CAD.
Ci ha mostrato alcune sue considerazioni sul rapporto tra l’architettura orientale e quella occidentale, confronto che noi non facciamo mai e che meriterebbe di essere approfondito.

In conclusione vorrei evidenziare ciò che ha fatto notare Patetta, ovvero la differenza fra una lezione di storia tenuta da un prof americano e quelle più accademiche dei prof italiani, le prime sicuramente più ricche di critica e discussione, le seconde, aggiungo io, di certezze.

James Sloss Ackerman, uno dei maggiori storici dell’arte e dell’architettura, è nato a San Francisco nel 1919. Ha insegnato a Berkeley e poi ad Harvard fino al 1990. Durante la seconda guerra mondiale Ackerman ha prestato servizio nell’Esercito Americano, in Italia, dove ha potuto approfondire la conoscenza del Rinascimento italiano di cui diventerà uno dei maggiori esperti. I suoi libri sono considerati fondamentali nel loro genere, per rigore e metodo: la monografia di architettura, la biografia di un artista, lo studio di una particolare tipologia architettonica. Alla prima categoria appartiene The Cortile del Belvedere del 1954. Alla seconda i fondamentali lavori degli anni sessanta sull’architettura di Michelangelo e su Palladio. Alla terza, The Villa: Form and Ideology of Country Houses del 1990. Qui Ackerman analizza i caratteri comuni e gli elementi specifici di questo tipo di edificio, dalla villa romana alla “Casa sulla Cascata” di Wright,. Alla grande varietà di forme che la villa ha via via assunto, corrisponde l’impressione che l’ideologia ad essa sottesa sia rimasta sostanzialmente immutata dalle origini ad oggi. Accanto a questa produzione “maggiore”, centinaia saggi sulla storia dell’architettura del Rinascimento, studi sui rapporti tra arte e scienza, sui fondamenti intellettuali, morali e sociali dell’insegnamento. (dal premio Balzan)

Università, Architettura

A.R.

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Nel settembre di 10 anni fa moriva Aldo Rossi, un pezzo di storia dell’architettura italiana, un pezzo importante (anzi più di uno) del puzzle che compone l’identità della nostra facoltà.

Alla scuola di Rossi sono cresciuti molti dei nostri professori, probabilmente tanti sono rimasti incastrati nelle sue idee più forti e non ne hanno percepito la complessità, soprattutto quella delle ultime opere, altri ne hanno rinnegato le forme.

AR è una figura che va studiata proprio perchè controversa.

Dedica alle nuove matricole settembrine: Sono il primo a dire che i primi anni ero spaventato dalle architetture di Rossi, ma con il tempo, non necessariamente grazie alla plasmatura ideologica attuata dai prof suoi discepoli, ho imparato a scorgere nei suoi lavori tutto quello che la forma ad un primo sguardo copre.

Rossi è stato un architetto a tutto tondo: dipingeva, insegnava, scriveva, faceva politica, progettava, costruiva (l’ultima, la più importante).

Da wikipedia:

“Ha studiato architettura al Politecnico di Milano, dove si è laureato nel 1959.

Nel 1966 ha pubblicato il suo primo libro L’architettura della città, presto divenuto un classico della letteratura architettonica. La sua attività professionale, inizialmente dedicata prevalentemente alla teoria architettonica e a piccoli interventi edilizi compie un salto di qualità quando Carlo Aymonino gli fa realizzare parte del del complesso “Monte Amiata” nel quartiere Gallaratese a Milano.

Ha vinto il Premio Pritzker nel 1990.

Ha insegnato al Politecnico di Milano, all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, al Politecnico Federale di Zurigo e alla Cooper Union di New York.

Il lavoro di Aldo Rossi rappresenta un superamento delle metodologie del Movimento Moderno, appartenendo inizialmente alla corrente architettonica del Neoliberty, prima reazione al razionalismo con richiami più o meno espliciti all’Art Nouveau. Succesivamente è approdato, al Post-Modern nel variato panorama Italiano di questo movimento, che in lui ha assunto una rigorosità esemplare, che taluni hanno definito Neo-Novecento.

È morto a Milano nel 1997 in seguito ad un incidente stradale.

Rossi fu uno dei piú grande rinnovatori ideologici e plastici dell’architettura contemporanea, con la sua poesia metafisica ed il culto che professó nella stessa misura verso la geometría e la memoria.”

Università, Conferenze

La settimana orientale

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Questa settimana di giugno, che vede la fine delle lezioni e gli esami alle porte, vi invitiamo a non perdere un ciclo di lezioni aperte sull’architettura orientale tenuto da un professore che vive e lavora in Cina.

Università, Conferenze

Il ritorno di Piano

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Mattinata calda al campus Bovisa del Politecnico di Milano ieri, calda in tutti i sensi. E’ finalmente tornato al Poli Renzo Piano, dopo un’assenza troppo lunga, quarant’anni.

Nel cuore del campus siamo in tanti ad aspettarlo; gli avevano detto che avrebbe incontrato qualche studente ma al suo arrivo si troverà in un bagno di folla e di applausi.

E dal clima d’attesa traspare l’aria di novità che gli studenti sanno di poter trovare nelle parole del rappresentante dell’architettura italiana nel mondo possa portare all’interno del Politecnico, dove il dibattito architettonico ha le sue regole e la sua storia. E Piano non delude le aspettative.

Ascoltandolo scopriamo che forse è proprio l’idea di una architettura italiana che è superata. Per l’architettura non ci sono più confini nazionali. L’architettura di Piano e la nostra futura, è un’architettura che gli americani ora chiamano “european”. E infatti ci suggerisce: “Viaggiate, andate alla scoperta del resto del mondo, non abbiate paura di lasciare casa vostra, si può sempre tornare, io torno spesso”.

Ascoltando Piano traspare una visione dell’università diversa dallo stereotipo della maggior parte degli studenti. In facoltà, il fuori sede di Genova, ci andava di sera, a dormire. Di giorno invece a lavorare, sodo, a bottega nello studio di Albini. Quindi a lezione quasi mai e di sera ad “occupare” l’università.

Difficile per noi pensare che si possa imparare senza andare a lezione, quasi un controsenso.

Alla domanda di uno studente (accolta con malumore da una parte degli spettatori) sul rapporto architettura-politica, Piano spiazza un po’ la folla. Ha una visione positiva della politica. Fare il politico è uno dei mestieri più belli del mondo. “Non dimentichiamoci che Politica deriva da Polis: città”.

L’architetto non è solo un architetto è spesso più di una cosa al giorno: gli capita di essere alle nove costruttore, alle dieci sociologo, alle undici poeta (ma per un quarto d’ora) e a mezzogiorno torna ad essere costruttore.

Non poteva mancare lo schizzo da Archistar (non diteglielo, non si ritiene tale), che il successivo starnuto isterico di flash ha bloccato alla vista degli astanti. Ma si narra che la penna del maestro abbia tratteggiato i contorni di una tensostruttura a copertura di parte del parco che ospitava l’evento.

Un progetto gradito subito con entusiasmo dalla massa di studenti in cottura sotto il sole.

Il clima si fa ancora più caldo quando l’architetto spiega la propria avversità verso i docenti troppo accademici: cattivo esempio per gli studenti, perché l’accademico si ferma alle prime fasi del progetto e non ne indaga ogni aspetto, non lo porta fino in fondo, fino a renderlo vero.

Il consenso maggiore arriva quando Renzo Piano evidenzia la carenza, tutta italiana, di bandi concorso per la realizzazione delle opere nel territorio. Lui che deve la sua fama al famoso Centre Pompidou di Parigi, incarico ottenuto appunto attraverso un concorso internazionale.

Ci troveremo anche noi, studenti italiani di architettura, e soprattutto milanesi del Politecnico, un giorno a guardare i nostri progetti dal basso verso l’alto come Renzo Piano nelle foto per la mostra sulle sue opere alla Triennale di Milano in questi giorni?

Forse un modo c’è: speriamo, ora che si è rotto un tabù, che Piano venga più spesso a trovare gli studenti di quella che è stata la sua università. Anzi la speranza e l’augurio mio e di altri è di ritrovarlo a breve dietro la cattedra a fare revisione ai nostri progetti.

Università

La fantasia repressa

Al terzo anno ai Bovisiani accade una cosa singolare, devono frequentare il laboratorio di Urbanistica. Un mondo nuovo.

All’inizio strabuzzano gli occhi, non credono a ciò che vedono. Le prime immagini proiettate a lezione, le tavole, le forme, non sono… ma è impossibile… non ci credo…non sono regolari. Dove sono il bianco e nero, i cubi, le stecche, i pettini, i cartigli, le assonometrie?

Inizia così il cammino alla ricerca della fantasia perduta, rimasta da qualche anno relegata nei meandri più oscuri e polverosi del cervello.

Ed esplode la fantasia repressa, le prime tavole tavole sono un trionfo di casualità, pacchianeria, colore; le forme rappresentate sono le più scultoree, gheriane, koolhaassiane, fuksassiane. La fantasia repressa genera una reazione spasmodica ed incontrollata lontana anni luce dalla purezza del primo rossianesimo dell’eterno grassianesimo.

Ora la soluzione più semplice, ma tristemente impossibile, è trovare dei cultori della materia e dei professori di progettazione (si l’ordine è questo) che si mettano in discussione, o meglio che rivedano periodicamente le loro ideologie architettoniche e non siano così cocciuti sulle forme del’architettura, ma ampliino i loro orizzonti costantemente.

Poi se uno trova la sua idea di architettura come ha fatto grassi Grassi negli anni settanta beato lui, lo invidio, è sicuro di se e fa bene perchè le sue architetture funzionano e sono in tanti a dirlo. Ma se non sei nessuno prova a capire perchè e rivedi le tue ideologie, magari sono quelle di un altro e che tra l’altro non hai capito fino in fondo… meditino i prof e gli assistenti.

La fantasia repressa è un brutto male per gli studenti e va affrondata, io credo, in primis dagli insegnanti. Nei lab di progettazione manca la ricerca mentre abbonda la storia (spesso trapassata remota). Mancano i prof che si mettono in discussione. Che imparano con gli studenti. Perchè l’architettura non è una scienza, non c’è una verità assoluta, i tempi cambiano.

Laureandi bovisiani difendete le vostre idee, usate la fantasia anche nei lab di progettazione, non solo in quelli di urbanistica, non realizzate architetture che piacciono solo ai prof perchè una volta usciti dalla periferica Bovisa la vostra fantasia repressa probabilmente esploderà in un bigbang di scarsa qualità.

Università, Architettura

Ci siamo persi la ricerca

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Pare che ultimamente la ricerca ad uso degli studenti sia un po’ latitante. Mi spiego: essendo la nostra scuola organizzata in laboratori, all’interno di questi gli studenti dovrebbero essere messi in condizione di imparare a progettare sperimentando, ricercando, ragionando in avanti sull’aspetto funzionale dell’architettura e anche sulle sue forme, sulle tipologie, forme storiche e della necessità, che, a quanto pare, stanno alla base dell’architettura che dovremmo imparare a fare.
Esempio: in quanti laboratori si riflette su cosa sia la tipologia abitativa che ci insegnano a progettare e cosa dovrebbe essere invece? E’ evidente che nell’abitazione le necessità sono cambiate, ma una proposta di progetto su una casa dotata, tanto per dirne una, di ambiente per il tele-lavoro, non l’ha avanzata nessuno. Rimangono solo le forme storiche.
Cosa deduco da ciò? Che siamo isolati, non dal dibattito sulla forma, ma quanto dalla società, la quale in qualche modo è sempre pronta ad accogliere le novità, spesso purtroppo anche quelle di basso profilo, e a renderle vincenti.
Ringraziando il prof. Lanzani per lo spunto.

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