Bovisa

Bovisa made in Politecnico

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Ieri (8 giugno) c’è stata a Triennale Bovisa un importante conferenza sul tema del futuro di Bovisa. C’erano un po’ tutti gli attori più importanti, dal Politecnico a Comune, passando per Triennale ed EuroMilano.

Della conferenza vorrei che vi passasse un concetto: tutto quello che è oggi Bovisa è merito ESCLUSIVO del Politecnico.

Il progetto di Bovisa nasce dal fatto che il Poli ha avuto modo di sfruttare aree vicine alla presenza della stazione delle Ferrovie Nord Milano (FNM) di Bovisa e che FNM ha (saggiamente) investito in quella stazione.
De Maio, nostro ex-Rettore, convinse il Mario Negri a venire dov’è ora; con Ballio è arrivata la Triennale (di cui il vicepresidente è Dell’Acqua Bellavitis, direttore dell’INDACO, il NOSTRO dipartimento di Design, leggasi “virtuoso conflitto di interessi”).
Attraverso il DiAP (il dip. architettura e pianificazione) si sono attivati i contatti con l’immobiliare EuroMilano (dentro cui ci sono Esselunga e Lega delle cooperative) la quale ha investito e si è portata dietro, tra gli altri, Telelombardia. Con la Facoltà di Design e Architettura alcuni studi legati ad accedemici si sono trasferiti in Bovisa.

Il Poli è stato bravo, ma è stato solo. Per intenderci, il Comune (che dovrebbe essere protagonista) non ha investito un euro in Bovisa (a parte la “splendida” piazza Schiavone, per chi la conosce…): ribadisco, il Poli ha fatto tutto da solo trovando partner intelligenti e capaci di capire le opportunità dell’area come EuroMilano e le Ferrovie Nord, ma ha fatto tutto da solo. Del primo accordo di programma (1999) il Poli ha realizzato (con qualche ragionevole ritardo) la sua parte (bene), mentre il Comune niente: che fine ha fatto il prolungamento della linea 3 da Bausan alla stazione e poi sù verso Via Palizzi? Che fine ha fatto la strada che doveva passare sopra la stazione per ricollegare Bovisa e Goccia? Aggiungo, l’ISU (leggi Regione Lombardia) non ha realizzato quel pensionato studentesco nel lotto dove ora c’è Triennale Bovisa.

Questo concetto vorrei che fosse chiaro: quello che c’è in Bovisa è tutto merito del solo Politecnico: avrà commesso degli errori, avrà fatto scelte che a qualcuno possono non piacere, ma il Comune (e con lui la Regione) sono assenti colpevoli di questo processo.

Duca

Università, Conferenze

Il ritorno di Piano

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Mattinata calda al campus Bovisa del Politecnico di Milano ieri, calda in tutti i sensi. E’ finalmente tornato al Poli Renzo Piano, dopo un’assenza troppo lunga, quarant’anni.

Nel cuore del campus siamo in tanti ad aspettarlo; gli avevano detto che avrebbe incontrato qualche studente ma al suo arrivo si troverà in un bagno di folla e di applausi.

E dal clima d’attesa traspare l’aria di novità che gli studenti sanno di poter trovare nelle parole del rappresentante dell’architettura italiana nel mondo possa portare all’interno del Politecnico, dove il dibattito architettonico ha le sue regole e la sua storia. E Piano non delude le aspettative.

Ascoltandolo scopriamo che forse è proprio l’idea di una architettura italiana che è superata. Per l’architettura non ci sono più confini nazionali. L’architettura di Piano e la nostra futura, è un’architettura che gli americani ora chiamano “european”. E infatti ci suggerisce: “Viaggiate, andate alla scoperta del resto del mondo, non abbiate paura di lasciare casa vostra, si può sempre tornare, io torno spesso”.

Ascoltando Piano traspare una visione dell’università diversa dallo stereotipo della maggior parte degli studenti. In facoltà, il fuori sede di Genova, ci andava di sera, a dormire. Di giorno invece a lavorare, sodo, a bottega nello studio di Albini. Quindi a lezione quasi mai e di sera ad “occupare” l’università.

Difficile per noi pensare che si possa imparare senza andare a lezione, quasi un controsenso.

Alla domanda di uno studente (accolta con malumore da una parte degli spettatori) sul rapporto architettura-politica, Piano spiazza un po’ la folla. Ha una visione positiva della politica. Fare il politico è uno dei mestieri più belli del mondo. “Non dimentichiamoci che Politica deriva da Polis: città”.

L’architetto non è solo un architetto è spesso più di una cosa al giorno: gli capita di essere alle nove costruttore, alle dieci sociologo, alle undici poeta (ma per un quarto d’ora) e a mezzogiorno torna ad essere costruttore.

Non poteva mancare lo schizzo da Archistar (non diteglielo, non si ritiene tale), che il successivo starnuto isterico di flash ha bloccato alla vista degli astanti. Ma si narra che la penna del maestro abbia tratteggiato i contorni di una tensostruttura a copertura di parte del parco che ospitava l’evento.

Un progetto gradito subito con entusiasmo dalla massa di studenti in cottura sotto il sole.

Il clima si fa ancora più caldo quando l’architetto spiega la propria avversità verso i docenti troppo accademici: cattivo esempio per gli studenti, perché l’accademico si ferma alle prime fasi del progetto e non ne indaga ogni aspetto, non lo porta fino in fondo, fino a renderlo vero.

Il consenso maggiore arriva quando Renzo Piano evidenzia la carenza, tutta italiana, di bandi concorso per la realizzazione delle opere nel territorio. Lui che deve la sua fama al famoso Centre Pompidou di Parigi, incarico ottenuto appunto attraverso un concorso internazionale.

Ci troveremo anche noi, studenti italiani di architettura, e soprattutto milanesi del Politecnico, un giorno a guardare i nostri progetti dal basso verso l’alto come Renzo Piano nelle foto per la mostra sulle sue opere alla Triennale di Milano in questi giorni?

Forse un modo c’è: speriamo, ora che si è rotto un tabù, che Piano venga più spesso a trovare gli studenti di quella che è stata la sua università. Anzi la speranza e l’augurio mio e di altri è di ritrovarlo a breve dietro la cattedra a fare revisione ai nostri progetti.

Mondo, Internet

Una proposta per Milano!

un link simpatico per ricordarci quanto possano essere tristi le nostre città

Conferenze

Effetto de Moura

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Le conferenze in Bovisa non mancano per fortuna, questo va riconosciuto. Ma ieri è successo qualcosa di diverso, alla conferenza sono venuti anche gli studenti, ma non qualcuno, parecchi. Si è vista una cosa cui è raro assistere nella nostra facoltà (ditemelo se sbaglio), l’aula di questa conferenza era piena, piena da costringere oltre che gli studenti anche alcuni prof a sedersi a quota zero.

L’ospite era Eduardo Souto de Moura.

Inevitabile quindi pensare quanto l’architettura bovisiana debba a quella portoghese e spagnola. Molti prof hanno per maestri Tavora, Siza, de Moura, Moneo. Il fatto è stato anche sancito dalla prefazione del preside Monestiroli che ha sottolineato quanto la scuola milanese sia legata a quella portoghese, durante la quale ha anche invitato de Moura a parlare dei suoi rapporti con Milano, senza però purtroppo un riscontro sul tema da parte dell’architetto una volta presa parola. Quindi è certo che ai milanesi interessano le opere dei portoghesi ma non il contrario.

Interessante la paura di de Moura verso il tema della finestra che l’ha da sempre portato a risolvere la questione con scappatoie di comodo. La finestra è uno dei temi che caratterizza le opere di Grassi (la bucatura) e quelle di Rossi (la finestra quadrata, la croce, l’architrave a putrella), e qui Milano e Porto sono parecchio lontani a parer mio.

De Moura parla poi di uno dei suoi maestri, Mies e ne sottolinea la marcata contraddizione dell’operato e, parole sue, la studia per cercare di risolvere la contraddizione delle proprie opere. Mi viene in mente il grattacielo con la struttura a controventi nascosta da un sistema di finestre sfalsate che de Moura ci mostra durante la conferenza e anche in questo caso si sentono i duemila (?) chilomentri di distanza fra Porto e Bovisa.

Si chiude in bellezza, parlando del moderno, di Corbu e Co., De Moura ne apprezza il formalismo, ma non le basi teoriche…

…segue qualche tonfo in sala…

sicuramente non ho capito bene io,
viva la contraddizione

Università

La fantasia repressa

Al terzo anno ai Bovisiani accade una cosa singolare, devono frequentare il laboratorio di Urbanistica. Un mondo nuovo.

All’inizio strabuzzano gli occhi, non credono a ciò che vedono. Le prime immagini proiettate a lezione, le tavole, le forme, non sono… ma è impossibile… non ci credo…non sono regolari. Dove sono il bianco e nero, i cubi, le stecche, i pettini, i cartigli, le assonometrie?

Inizia così il cammino alla ricerca della fantasia perduta, rimasta da qualche anno relegata nei meandri più oscuri e polverosi del cervello.

Ed esplode la fantasia repressa, le prime tavole tavole sono un trionfo di casualità, pacchianeria, colore; le forme rappresentate sono le più scultoree, gheriane, koolhaassiane, fuksassiane. La fantasia repressa genera una reazione spasmodica ed incontrollata lontana anni luce dalla purezza del primo rossianesimo dell’eterno grassianesimo.

Ora la soluzione più semplice, ma tristemente impossibile, è trovare dei cultori della materia e dei professori di progettazione (si l’ordine è questo) che si mettano in discussione, o meglio che rivedano periodicamente le loro ideologie architettoniche e non siano così cocciuti sulle forme del’architettura, ma ampliino i loro orizzonti costantemente.

Poi se uno trova la sua idea di architettura come ha fatto grassi Grassi negli anni settanta beato lui, lo invidio, è sicuro di se e fa bene perchè le sue architetture funzionano e sono in tanti a dirlo. Ma se non sei nessuno prova a capire perchè e rivedi le tue ideologie, magari sono quelle di un altro e che tra l’altro non hai capito fino in fondo… meditino i prof e gli assistenti.

La fantasia repressa è un brutto male per gli studenti e va affrondata, io credo, in primis dagli insegnanti. Nei lab di progettazione manca la ricerca mentre abbonda la storia (spesso trapassata remota). Mancano i prof che si mettono in discussione. Che imparano con gli studenti. Perchè l’architettura non è una scienza, non c’è una verità assoluta, i tempi cambiano.

Laureandi bovisiani difendete le vostre idee, usate la fantasia anche nei lab di progettazione, non solo in quelli di urbanistica, non realizzate architetture che piacciono solo ai prof perchè una volta usciti dalla periferica Bovisa la vostra fantasia repressa probabilmente esploderà in un bigbang di scarsa qualità.

Università, Architettura

Ci siamo persi la ricerca

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Pare che ultimamente la ricerca ad uso degli studenti sia un po’ latitante. Mi spiego: essendo la nostra scuola organizzata in laboratori, all’interno di questi gli studenti dovrebbero essere messi in condizione di imparare a progettare sperimentando, ricercando, ragionando in avanti sull’aspetto funzionale dell’architettura e anche sulle sue forme, sulle tipologie, forme storiche e della necessità, che, a quanto pare, stanno alla base dell’architettura che dovremmo imparare a fare.
Esempio: in quanti laboratori si riflette su cosa sia la tipologia abitativa che ci insegnano a progettare e cosa dovrebbe essere invece? E’ evidente che nell’abitazione le necessità sono cambiate, ma una proposta di progetto su una casa dotata, tanto per dirne una, di ambiente per il tele-lavoro, non l’ha avanzata nessuno. Rimangono solo le forme storiche.
Cosa deduco da ciò? Che siamo isolati, non dal dibattito sulla forma, ma quanto dalla società, la quale in qualche modo è sempre pronta ad accogliere le novità, spesso purtroppo anche quelle di basso profilo, e a renderle vincenti.
Ringraziando il prof. Lanzani per lo spunto.

Università, Mostre, Bovisa

Inaugurazione Triennale Bovisa

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Si è svolta nell’uggiosa serata di martedì 22 nov l’inaugurazione della nuova isola dell’arcipelago di Bovisa, una nuova “bovisola”, la sede provvisoria, ma che Cerri, l’architetto che l’ha progettata, intende, se non ho frainteso le parole del presidente della Triennale Davide Rampello, come provvidenziale.

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All’inaugurazione è emerso che la nuova isola sarà uno spazio aperto fino a mezzanotte per gli studenti del Poli e per gli altri visitatori, che offrirà un locale da bere, una mostra da osservare, un cinema all’aperto da guardare e molto altro. Io ho visto i tracciati di campi da calcio, basket, pallavolo. Le promesse e le premesse ci sono, speriamo che quest’isola diventi terra ferma per la gente di bovisa.

Peccato per la posizione, comoda per gli ingegneri, scomoda per architetti e designers che dovranno imparare a camminare; peccato per la temporaneità ma ci fidiamo in un radicamento, nell’utopica creazione di un fatto urbano come direbbe sua santità, perchè la L dell’edificio invita ad entrare, fruire questo spazio nato per risollevare un quartiere, per dare un’altro spazio ai politecnici che non sia solo il loro campus.

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Attualmente Triennale Bovisa ospita una mostra sull’artista tedesco Hans Hartung, pittore astrattista che si può vedere al lavoro nei vari punti video all’interno degli spazi espositivi.
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Seguiamo le freccie di TBVS lasciate sull’asfalto dai designers del poli (forse un pò troppe, ma in vero stile writers) vediamo dove ci portano…

Università, Mostre, Bovisa

Arcipelago Bovisa, nuova isola…

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Il 21 Novembre aprirà Triennale Bovisa, sezione staccata in tensostruttura temporanea della Triennale di Milano.
Ospiterà mostre d‘arte, ma anche eventi, concerti e manifestazioni all’aperto per 30 mesi.

Si aggiunge così una nuova isola all’arcipelago felice del design milanese che si sta formando in Bovisa; la Triennale andrà ad affiancarsi alle facoltà del Politecnico di Design, Architettura Civile e Ingegneria.
In seguito si insedieranno in Bovisa anche l’accademia di Brera, Telelombardia e l’Istituto Mario Negri.

L’arcipelago si fa sempre più vasto e speriamo che presto non sarà più degno di tale nome ma, attraverso il recupero completo delle aree industriali dismesse, raggiunga uno status degno per essere parte viva della città di Milano.
Servono alloggi per gli studenti, sicurezza, vita notturna e non solo diurna, serve l’impegno del Comune e dei privati.
La prima mostra che il 22 novembre apre le grandi esposizioni di Triennale Bovisa è dedicata a Hans Hartung e raccoglie una selezione di più di 200 tele realizzate dall’artista dal 1922 a Dresda al 1989 (anno della morte) ad Antibes.

Architettura, Mostre

Biennale 2006 / immagini

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città…

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…città? 35 milioni di dubbi

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complessi d’inferiorità?

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città di Milano…città?

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dopo l’ecomostro…il cleromostro

…per fortuna c’è l’architettura contemporanea bovisiana

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troppo facile costruire quando hai un deserto di spazio…

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un saluto a Giorgio

Architettura, Mostre

Biennale 2006 / Richard Burdett

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Il 10 settembre 2006 si apre la 10° Biennale di Venezia dedicata all’Architettura, chiuderà il 19 novembre.

Meglio quindi iniziare a parlarne, partiamo dalla biografia del direttore di quest’anno:

Richard Burdett (Londra, 1956), cresciuto e formatosi a Roma, è architetto e urbanista a Londra. È professore di Architettura e Urbanistica alla London School of Economics (LSE) e consulente per l’architettura del Sindaco di Londra.

La sua competenza si svolge nella comprensione delle relazioni tra architettura, design urbano e società urbana, operativa nell’interfaccia tra pratica urbana, politica e ricerca. Burdett ha rappresentato un ruolo chiave nelle istituzioni che hanno formato una cultura dell’architettura in Gran Bretagna - la 9H Gallery, l’Architecture Foundation, LSE Cities Programme, l’Unità di Architettura e Urbanistica del Sindaco e l’Urban Task Force del Governo Britannico - ed è consulente di organizzazioni pubbliche e private tra cui la Tate Gallery, la BBC, NM Rothschilds.

È stato membro di giurie di molti concorsi internazionali di design tra cui il Museo d’Arte Moderna di Roma, la Tate Modern a Londra, Forum 2004 a Barcellona e un nuovo quartiere residenziale a Pechino.

Dirige una serie di incontri annuali con i Sindaci Europei ed è il responsabile di “Urban Age”, un ciclo di conferenze internazionali sulle città, svolte nelle città globali come New York, Shanghai, Londra, Berlino, Mexico City e Johannesburg. Burdett ha curato oltre 40 mostre sull’architettura contemporanea e le città, è un collaboratore continuativo della stampa e dei media e ha presentato un documentario per la BBC su Villa Malaparte.

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